giovedì 20 ottobre 2011

Sic transit gloria mundi?

 (Sirte, 7 giugno 1942 - Sirte, 20 ottobre 2011)


Dunque è finita. Gheddafi è caduto. Ci aspetta e ci aspettiamo una nuova Libia, pacificata e democratica.
E se invece fosse appena iniziata? Morto Gheddafi, le diverse anime del Cnt riusciranno a convivere? E per quanto? E siamo sicuri che le tribù fedeli al defunto raìs abbiano già riconsciuto una nuova Libia non gheddafiana? Perchè Gheddafi non lo resusciterà nessuno, siamo d'accordo, ma in ultima analisi amici e nemici non potranno non riconoscergli di aver difeso la sua terra, come diceva nei suoi messaggi audio degli ultimi tempi - "fino alla morte".
E la morte è arrivata, in tarda mattinata, primo pomeriggio. Non è ancora chiaro se sia morto in un conflitto a fuoco o, come dice di un ragazzo assumendosi la paternità del gesto, col cervello trapanato da un colpo di pistola.
Parliamoci chiaro; oggi le televisioni ce lo dipingono come un tiranno sanguinario, come il capo di uno stato di polizia. Certamente Muammar Gheddafi fu anche quello. E andava bene a tutti, quanto meno a molti. Ma fu anche per un certo periodo - non neghiamolo - una persona che il mondo guardò con interesse, quando tinse di verde la Libia con quella sua rivoluzione dai toni socialisteggianti, fatta, raccontano le cronache, senza sparare un colpo. Ci fu un periodo in cui la rivoluzione verde, l'ennesima fallita, significò qualcosa per qualcuno. E ora non dovremmo fare finta di dimenticarlo quando plaudiamo - giustamente! - alla vittoria dei ribelli sul tiranno, quando guardiamo i video del suo cadavere.
La rivoluzione verde è da oggi un buio passato da dimenticare. Il Cnt promette un futuro radioso. Lo speriamo tutti. Tutti speriamo in una Libia nuova, libera e democratica, non più verde. Ma attenti a non cercare questa Libia nell'immediato domani, perchè Gheddafi è morto coi suoi nella sua città natale, Sirte. E questo, c'è da pensarlo, molti non lo dimenticheranno così facilmente.

martedì 4 ottobre 2011

L'Africa di Pietro Veronese.

Si conclude con un "Elogio degli Africani" il libro di reportages di Pietro Veronese, Africa reportages (Laterza, Roma-Bari, 1999). Un elogio che ha però poco di scontato e di stereotipato e che fa correre un brivido lungo la schiena quando inizia con quella frase: "Un giorno o l'altro bisognerà liberarsi di tanta correttezza politica, di tanto perbenismo intellettuale, e osare dire come uno la pensa veramente. No, gli uomini non sono tutti uguali; sì, le razze esistono, e si dividono in inferiori e superiori. E superiore a tutte - scrive Veronese - è l'africana" (p. 173).
Il libro comincia ormai a essere datato. Ha quasi tredici primavere sulle spalle, e in tredici anni di cose in Africa ne sono cambiate. La Libia, uno dei Paesi assenti dalle pagine di questo libro, è in guerra da parecchi mesi e Gheddafi sempre lì lì per cadere; il Sudan, invece molto presente, da gennaio si è scisso nei due Paesi indipendenti del Sudan e del Sud Sudan.
Di molti altri Stati sarebbe difficile dire: "l'Africa - come scrive nella premessa al testo lo stesso Veronese - non è trascurata soltanto da flussi di capitali, dai grandi investimenti, dalle rotte commerciali, dalle agenzie turistiche (se si escludono le mete canoniche); lo è anche dai giornali" (p. IX).
Cosa quindi sia avvenuto in tredici anni in Kenya, Congo, Sud Africa, Ruanda, Eritrea, Etiopia, Angola, Burkina Faso, Zimbabwe, Mozambico, rimane difficile dirlo con precisione, grazie anche ad un sistema mediatico che, per lo meno nei suoi organi di diffusione di massa, fatica parecchio a renderne conto. E' sotto gli occhi di tutti come persino le notizie sulla Libia, presenti in ogni foglio di giornale fino a qualche settimana fa, abbiano smesso di occupare le prime pagine da quando la guerra si è arenata in quel di Bani Walid e di Sirte e da quando si sono concluse le rapide visite dei governi francese e inglese a Tripoli. Fino a che non sarà preso Gheddafi, aspettiamoci al massimo una serie infinita di dispacci d'agenzia.
E' per questo che, anche dopo tredici anni, libri come questo di Veronese dovrebbero continuare a essere letti con lo stesso interesse: perchè ci dicono su certi luoghi tutto ciò che i giornali, l'informazione quotidiana, per una serie di motivi anche strutturali non riescono a dirci.
Perchè l'Africa di Veronese non è solo l'Africa afflitta dalle grandi guerre, di cui pure scrive e che lasciano evidenti segni nel paesaggio delle città e nella vita delle comunità. Camion bruciati e abbandonati, vecchie armi sovietiche lasciate lungo una scarpata, cadaveri di combattenti, sono tutte immagini che ricorrono con una certa regolarità nel libro, così come nelle esperienze del reporter romano. L'Africa di Veronese è però anche e soprattutto l'Africa dei campi dei profughi e delle vittime innocenti di questi conflitti, l'Africa dei bambini e delle donne che muoiono di fame, delle studentesse uccise nelle scuole; l'Africa dei volontari che cercano di curare i malati di Aids, malattia ancora troppo poco conosciuta e prevenuta in molte zone del continente. Accanto dunque a figure di capi militari, martiri dell'idea e politici dell'ideologia, sono queste le figure del miglior Veronese. Un autobus che sprofonda in una buca e rompe alcune tubature dell'acqua, le donne che ridendo accorrono coi secchi:  tutto questo vale come o più del racconto di una guerra.
Perchè l'Africa di Veronese è anche l'Africa delle piccole avventure quotidiane, della felicità provocata da una tubatura rotta. C'è da immaginare, adesso come tredici anni fa.

Il libro:
Pietro Veronese, Africa reportages, Laterza, Roma-Bari, 1999.

venerdì 30 settembre 2011

Viaggiare (in)sicuri.

Esiste un sito internet, http://www.viaggiaresicuri.it/, curato dal Ministero degli esteri italiano e dall'Automobile Club Italia (Aci), che fornisce al viaggiatore, è indubbio, un servizio assai utile: sapere a quali rischi può andare incontro in un qualsiasi Paese estero che intenda visitare. Mosso da curiosità mi sono messo a spulciare i pericoli che avrei potuto incorrere se avessi voluto mettermi in viaggio per un Paese estero. In Africa Paesi come la Libia o la Somalia rimangono mete assolutamente sconsigliate per via delle difficili situazioni in cui versano, per via della guerra che da più o meno tempo (mesi nel caso libico, almeno più di un decennio in quello somalo) è il flagello di questi Stati e dei loro abitanti. Situazioni nettamente migliori risultano consultando schede di Stati come il Marocco o il Sud Africa, dove situazioni politiche dalla stabilità imparagonabile a quelle prima citate rendono questi Paesi mete più appetibili. Tuttavia, raccomanda Viaggiaresicuri, attenzione alla microcriminalità, che specie in Sud Africa tocca livelli altissimi e può diventare un serio problema per il viaggiatore. Di qui tutta una serie di raccomandazioni: tra queste - leggo nel paragrafo sulla sicurezza della scheda del Sud Africa - "prestare molta attenzione ai propri effetti personali e evitare di lasciarli incustoditi", usare il meno possibile i mezzi pubblici (metropolitana inclusa) e "fare esclusivamente uso di taxi affidabili e riconosciuti". I turisti devono poi stare molto attenti a non stipulare contratti e accordi improvvisati e a non rivelare le coordinate dei propri conti correnti a sconosciuti che poi si riveleranno dei truffatori ("scams"). Quando poi il turista guida in Sud Africa, c'è scritto, deve stare molto attento a non premere più del dovuto sull'acceleratore onde non investire persone o animali che attraversino improvvisamente la strada. Attenzione anche ai bancomat installati in posti isolati.
Spaventato dal Sud Africa ho guardato la scheda della sicurezza in Svizzera: nessuna parte del Paese è a rischio, nessuna zona necessita di particolari cautele, tutto il Paese è sicuro.
Ne devo dedurre che se in Svizzera lascio per terra il mio portafogli qualsiasi svizzero mi rintraccerà per riportarmelo senza nemmeno aprirlo, a costo di pagare profumatamente un detective; che in Svizzera se non trovo taxi ufficiali e riconoscibili come tali posso chiedere e accettare passaggi da qualsiasi sconosciuto; che in Svizzera posso siglare affari e rivelare il mio conto corrente al primo che mi passa davanti; che posso sfrecciare per le strade elvetiche senza paura di mettere sotto nessuno, persona o animale che sia, perchè evidentemente prima di attraversare persona e animale fanno domanda scritta alle autorità locali e aspettano anche di ricevere acconsenziente risposta; che se in Svizzera trovo un bancomat isolato posso ritirare l'intero mio conto in banca, mettermelo in tasca e magari urlarlo ai quattro venti che l'ho ritirato, che tanto nessuno svizzero oserà scipparmi nemmeno uno spicciolo.
Non è che dando eccessiva attenzione a Viaggiaresicuri rischio di passarmi una vacanza più che tranquilla in Sud Africa e di vedermela davvero brutta in Svizzera?
Non è che molte (non tutte) delle precauzioni che il premuroso Ministero degli Interni e la premurosa Aci mi consigliano appartengono semplicemente a quel normale buon senso che tutti dovremmo seguire, in Sud Africa, come in Svizzera, come dovunque e che non dovremmo avere bisogno di apprendere da un sito internet?

mercoledì 28 settembre 2011

25 aprile 2012: sotto l'ombra di un bel fior?

Non più 25 aprile. Meglio il 18. Questa la proposta del deputato Pdl Fabio Garagnani, che spiega: "le motivazioni con le quali i partigiani della sinistra combatterono il nazifascismo non erano certo ispirate al desiderio di restaurare la libertà, bensì a quello di creare un regime comunista che fu proprio evitato grazie alla vittoria del 18 aprile 1948". La vittoria di cui Garagnani parla è quella della Democrazia Cristiana, che in quel giorno di sessantatre anni fa batteva il Fronte popolare delle sinistre, ovvero i partiti comunista e socialista.
E' frase abusata, da bacio perugina, quella che vuole che la storia non si faccia con i se e con i ma.
Il Pci, e a maggior ragione il Psi, si è sempre vantato di aver scommesso sulla democrazia e di aver messo da parte la lotta armata dopo il 25 aprile proprio per partecipare a pieno titolo al nuovo regime democratico che seguiva i tragici mesi della Resistenza al nazifascismo. Non è dato sapere se una volta al potere, Togliatti e compagnia avrebbero messo da parte i propositi per catapultarci all'ombra dell'Unione Sovietica.
Ma tant'è. Certo, se questo fosse dovuto accadere, nessuno ora avrebbe il rimpianto che ciò non sia effettivamente accaduto: un McDonald capitalista, imperialista e reazionario è generalmente più tollerabile di una dittatura socialista o socialisteggiante che sia, e su questo la Libia dovrebbe avere qualcosa da dire.
Ma se si lascia da parte la politica e si guarda per un attimo alle persone, si scoprirà che ciò che la dirigenza di un qualsiasi movimento vuole o potrebbe volere, non sempre coincide con ciò che vuole la base del movimento stesso, soprattutto quando questo movimento è popolare come lo fu la Resistenza italiana al nazifascismo.
Scrivo da un paese, Schio (VI), che alla Resistenza ha dato un grosso tributo, nell'ordine delle svariate centinaia di vite infrante. Vivo in un paese, Schio (VI) che è insieme alla città di Genova l'unico paese in Italia in cui i resistenti hanno trattato autonomamente coi tedeschi l'allontanamento delle forze del Reich, senza l'intervento alleato (29 aprile 1945). Respiro l'aria di un paese, Schio (VI) in cui uno dei maggiori capi partigiani (Valerio Caroti "Giulio", venuto a mancare ai primi del nuovo millennio) impedì le esecuzioni sommarie di fascisti che invece si ebbero in molte altre città.
Ma Schio è anche il paese noto per il maggiore eccidio di fascisti del dopoguerra (54 fascisti sotto i colpi di una dozzina di partigiani entrati nelle carceri di Via Baratto la notte tra il 6 e il 7 luglio 1945).
La maggior parte dei partigiani operanti nelle colline e nelle montagne attorno a Schio apparteneva alla Divisione garibaldina "Ateo Garemi". Erano dunque partigiani comunisti.
E chi anche non fosse stato comunista, ma avesse voluto comunque partecipare alla Resistenza, alla difesa della sua città dai rastrellamenti e dai saccheggi nazifascisti, dove avrebbe dovuto militare? Avrebbe dovuto spostarsi attraverso le campagne e chiedere al primo partigiano che passava, mitra in mano, il viottolo più breve per la più vicina formazione cattolica?
Oggi ci sono ex partigiani comunisti che parlano in modo molto critico del mondo del socialismo reale e dei paesi che furono coinvolti nella sua tragedia, ma che all'epoca speravano ardentemente in una vittoria del partito di Togliatti, del partito amico della "Grande Madre Russia", come si diceva. Voltagabbana? No, solo più coscienti oggi di allora di cosa fosse la vita in un Paese comunista. L'ottantenne di oggi, forse, vede solo meglio del ventenne di ieri, nonostante le cateratte.
Se poi comunque si leggono le lettere dei partigiani condannati a morte, si vedranno insospettabili invocazioni a Dio e alla Madonna, e non a Lenin e a Stalin. L'ultimo pensiero di un ventenne in punto di morte andava alla mamma sola a casa a versare lacrime, non certo alla rivoluzione proletaria mondiale, della quale per altro aveva spesso solo una pallida nozione appresa in montagna coi compagni. D'altronde vent'anni trascorsi tra i banchi di una scuola fascista non si buttanto mica via così, da un mese all'altro...
Oggi veniamo a sapere da Fabio Garagnani che questa gente non merita il ricordo di una festa nazionale perchè militava in formazioni che non speravano esattamente nella Chiesa cattolica.
Io credo invece che queste persone abbiano vinto esattamente come tante altre di diverso orientamento, e che in quei tragici mesi abbiano sofferto e gioito esattamente come loro.
Il 25 aprile è, e deve rimanere, la festa indistinta di tutti i partigiani: dei comunisti, dei socialisti, dei cattolici, dei liberali e dei monarchici. La storia poi ha deciso chi di loro doveva stare al governo e chi all'opposizione. Ognuno secondo coscienza deciderà chi di loro aveva più ragioni e più torti, chi aveva completamente ragione e chi del tutto torto.
Perchè dovrebbe ricordarsi, il nostro Garagnini, che se ci fu un diciotto aprile millenovecentoquarantotto, lo si deve al venticinque aprile millenovecentoquarantacinque e a tutti coloro, indistintamente, che per quella data si trovarono troppo presto "sotto l'ombra di un bel fior".

http://www.corriere.it/politica/11_settembre_28/Festa-18-aprile-invece-del-25_bffa2ef8-e9e3-11e0-ac11-802520ded4a5.shtml

http://www.repubblica.it/politica/2011/09/28/news/25_aprile-22366363/?ref=HRER2-1

http://www.ilgiornale.it/interni/cancellare_25_aprile_la_proposta_pdl_scegliere_unaltra_data/25_aprile-partigiano-protesta-festeggiamento/28-09-2011/articolo-id=548661-page=0-comments=1

lunedì 2 maggio 2011

Di sicuro c'è solo che è maggio.

Se si scomoda un classico del giornalismo come l'articolo di Tommaso Besozzi (Tommaso Besozzi, "Di sicuro c'è solo che è morto", "L'Europeo", 16 luglio 1950), è perchè, anche oggi, a sessant'anni di distanza, alcune tendenze continuano a rimanere sempre quelle, sempre le stesse.
All'epoca, Besozzi, mandato in Sicilia a scrivere sull'assassinio da parte delle forze pubbliche del bandito Salvatore Giuliano, condusse per conto suo una piccola indagine e dimostrò che, forse, la polizia e lo Stato qualche ossicino nell'armadio, se non proprio uno scheletro intero, dovevano avercelo. Altrimenti perchè imbastire una messa in scena per far credere che Giuliano fosse morto dopo uno scontro a fuoco e non ucciso a tradimento nel caldo del suo lettuccio?
Risposta forse anche banale, si dirà. Certo, banale. E' banale, va da sè, che un organismo rappresentativo ufficiale voglia prendersi pubblicamente dei meriti. Anche se a volte non li ha. A volte infatti, in determinati, frangenti, ragion di stato comanda che la forza, la visibilità, la vittoria sulle forze nemiche, siano evidenti, sotto gli occhi di tutti. E se queste non ci sono? Si creano ad arte.
Può essere successo così anche quest'oggi, quando si è diffusa la notizia, per voce di Barack Obama, presidente Usa, che l'odiato nemico re del terrorismo islamista, Osama Bin Laden, era stato ucciso? Una sorta di raid, un'attacco a sorpresa dell'intelligence militare americana lo avrebbe fatto fuori e, pare, nello scontro a fuoco sarebbe morto anche uno dei suoi figli.
Se lo ha fatto fuori, lo ha fatto riducendolo molto male, almeno a giudicare dalla foto subito diffusa dai media pakistani (luogo della morte Abbottabad, Pakistan, in linea d'aria a est dell'afgana città di Kabul). Alcuni dicono con un proiettile alla tempia. Ma è quasi certo che quella foto sia un falso, a dimostrarlo un bel numero di siti, tra cui quello del giornale La Repubblica (http://tv.repubblica.it/mondo/la-falsa-foto-ecco-l-immagine-usata-per-ritoccarla/67411?video) e PeaceReporter (http://it.peacereporter.net/).
Nessuno si scandalizzi: in guerra sono cose normali, soprattutto ora, nel nuovo millennio, in cui le guerre, prima che con le armi, si combattono coi media.
Probabilmente Bin Laden sarà pure morto, questa volta la notizia non è un sussurro, ma un urlo ai quattro venti. Difficile che lo rivedremo ancora vivo, sarebbe un colpo feroce per la credibilità dell'intelligence statunitense.
Ciò che è strano è che di questo cadavere, dunque, non ne possiamo vedere nemmeno l'ombra. Eppure storicamente il corpo del nemico ucciso è quanto di più importante si possa e si debba mostrare, a maggior ragione se si tratta di quello di un capo di indubbio prestigio come Bin Laden. Serve da deterrente, serve per demoralizzare, dà forza, insomma ha tutta una serie di comprensibilissimi vantaggi o svantaggi emotivi, secondo il caso. Si pensi solo, per citare due esempi molto noti, al cadavere di Mussolini appeso a testa in giù a Piazzale Loreto insieme a quello della compagna Claretta Petacci; oppure si pensi alle foto scattate al cadavere di Ernesto "Che" Guevara all'indomani della sua fucilazione in Bolivia.
Perchè mai il cadavere di Osama Bin Laden dovrebbe essere trattato diversamente dalla parte vincente? Sarebbe certo un duro colpo per la già scolorita immagine di Al Qaida, poco presente negli ultimi anni e assolutamente assente - al contrario di quanto temeva qualcuno - dalle rivendicazioni nordafricane degli ultimi mesi. Un duro colpo vedere il cadavere del proprio leader più noto e prestigioso che giace, magari mal ridotto, tra soldati statunitensi sorridenti. Un colpo che indebolirebbe ancora di più quel che rimane della organizzazione terroristica islamista, che sarebbe quanto meno costretta a rifondarsi e a rivedere la propria stessa esistenza (cosa che potrebbe richiedere del tempo).
E invece no. Ci giunge la notizia (vera? falsa? attendibile? non attendibile?) che questo cadavere sarebbe - condizionale d'obbligo - già sepolto in fondo al mare, ovvero perso per sempre. Nessun Paese, nè il Pakistan, nè la nativa Arabia Saudita, pare l'abbia voluto, e così... splash. D'altronde come dar loro torto? Accettare nel proprio territorio la tomba di Bin Laden vorrebbe dire incrinare fortemente i rapporti con l'Occidente, non avere più una vita politica ed economica tranquilla, essere a rischio di azioni armate, ecc...
A questo punto sorge qualche dubbio, per ora irrisolvibile (e chissà che non lo rimanga ancora a lungo): è morto, non è morto? Parrebbe di sì. Anche se è effettivamente morto, c'è un cadavere, non c'è un cadavere? E se c'è, perchè non lo si mostra? E se non c'è, perchè non c'è? A chi giova tutto questo?  Ricordiamo anche che a volte la scomparsa (vera o presunta) di un cadavere ha rafforzato il mito del capo (non più del nemico, dunque) ucciso: il caso più eclatante nella storia è quello di Hitler, il cui corpo non fu mai identificato con certezza.
Al Qaida ha promesso rivendicazioni, com'era normale aspettarsi. Ma anche lei in un primo momento ha negato la morte, salvo poi sentirsi dire da alcuni suoi affiliati che invece lo sceicco era morto davvero.
Insomma, l'incertezza più totale regna su tutti i fronti. Besozzi poteva dire almeno: "Di sicuro c'è solo che è morto"; noi, possiamo dire invece: "Di sicuro c'è solo che è maggio".

lunedì 11 aprile 2011

Il suo sguardo andava lontano.

Un manto verde le cade lungo i fianchi, la ricopre tutta, la fascia, ne modella le forme generose. Quasi ogni giorno ci vediamo sempre allo stesso punto; io esco di casa, arrivo, e lei è lì. Mi aspetta, paziente, placida, lo sguardo nel vuoto. Sembra mi sorpassi, quello sguardo, sembra vaghi nell'infinito, verso mete ignote, ma è sempre lì che mi aspetta. Io in silenzio mi accosto, e lei rimane ferma. La guardo, la guardo tutta, ne scruto avidamente ogni curva, ogni suo statico movimento, e ogni volta ne rimango estasiato. Le tendo la mano, come uno stupido. Ha una cicatrice, sul petto, che il manto verde non riesce a nascondere. Non ho mai saputo chi gliel'ha fatta e perchè, ma da che la ricordo io, c'è sempre stata. Ogni tanto guardare quella cicatrice mi intristisce, quasi mi si velano gli occhi di lacrime, e forse lei lo sa. Ci frequentiamo da troppo perchè lei non lo sappia. Ma quella cicatrice è in qualche modo parte di lei, e se il suo petto non l'avesse per me non sarebbe più la stessa cosa; forse arriverei addirittura a distogliere lo sguardo, a subirne la sparizione come un affronto; un affronto nei miei confronti, nei confronti della mia memoria.
Ci sono cose che non si sopportano, che non devono sparire mai.
Una volta le ho detto, come uno stupido amante innamorato, che se mai me ne fossi andato da Schio, l'avrei fotografata e quella foto, quella cicatrice, sarebbe rimasta sempre con me, ovunque me ne fossi andato. L'avrei tirta fuori dal portafoglio e l'avrei guardata la sera prima di andare a letto: lei, così bella, tutta ammantata di verde. E forse le avrei anche suonato una serenata senza strumenti, solo nella mia testa.
"Chissà quali altri cieli mi scorreranno sopra la testa..." le dissi una volta passeggiando lentamente. Incrociavo il suo sguardo e con lui andavo lontano.
La bellezza delle montagne è questa: lo sguardo. Esseri enormi, regalmente posati e immobili da milioni di anni. Hanno visto morire intere generazioni di uomini e di animali mentre loro rimanevano sempre là, condannate a sopravvivere sempre a tutti. A tutto e a tutti. Su di loro hanno sentito passare contadini, orsi, lupi, banditi, partigiani, eroi e delinquenti; qualcuna, si dice, pure gli elefanti. Ma nulla le smuove, nulla può smuoverle. E contrappunto di questa loro immutabile fissità è appunto lo sguardo, che dalla cima spazia chilometri e chilometri d'infinito, raggiunge ciò che nemmeno un'aquila può vedere.
E' questo che mi spinge a viaggiare, altro che invece me lo impedisce. E' questo che mi ha sempre spinto a viaggiare, pur dovendo rimanere fermo per necessità, o per vigliaccheria: lo sguardo delle montagne.
E' questo, lo sguardo delle montagne, che mi ha indotto sulla strada del giornalismo, e, spero un giorno, del reportage.
La mia montagna ammantata di verde e con la cicatrice sul petto si chiama Summano. Non è un nome molto femminile, ma io la amo. La si riconosce perchè è sormontata da un'enorme croce. Io la riconosco dallo sguardo. E non siamo poi in molti a vederlo.
Cosa vuol dire essere giornalisti? Me lo sono chiesto spesso in questi giorni, e quando io mi faccio troppe domande è che tira aria di crisi. Per stare in piedi in qualche modo mi drogo di domande, di letture e di conoscenza. Lo sguardo della montagna mi ha indicato la via: guardare lontano, dall'alto.
Credo che si può essere giornalisti in due modi. Tutti e due sono utili, ciascuno a modo suo, ma a me ne interessa veramente uno solo. L'altro sarebbe per me un surrogato, non lo tollererei. Forse all'inizio, ma non di più.
Si può essere giornalisti al computer. Anche quello serve a capire il mondo. Forse hai anche più agio di capirlo, più tempo per rifletterci sopra, forse.
Oppure si può essere giornalisti viaggiando. Ascoltando la gente importante e gli inutili straccioni, chi odora di profumo e chi di sudore, chi ha l'alito che sa di champagne e chi di Tavernello. Guardando le speziature del mondo, le sue varietà. Sentendo caldo, freddo, piacere e paura con chi divide la tua giornata. Certo, immagino sia una faticaccia, e non sono così sciocco da pensare che sia tutto bello. Arriverà anche il momento in cui non vorresti vedere nessuno se non chi ti anneghi nel bicchiere una pillola per l'emicranea, e invece devi girare e vedere.
Cose a cui si deve rinunciare, o almeno che non si possono più vivere in modo, diciamo così, classico? La famiglia; l'amore; gli amici; le radici. Rinunciarci del tutto sarebbe da folli, a meno che uno non le abbia già perse, tutte queste cose, per conto suo. Ma sicuramente le si deve vivere in modo diverso. Perchè quando giri, giri, e se quando giri una farfalla sbatte le ali a New York, tu a Pechino non puoi che fottertene le palle, perchè hai altro da fare. Magari neanche lo verrai mai a sapere della farfalla e delle sue ali. Mi si scusi la grettezza, ma è così.
Io che mai ho girato ma che tanto vorrei girare (una gita in Grecia in quinta superiore non fa quasi testo), non ho avuto, fino ad ora, che una possibilità: girare con la mente. E il mio biglietto per l'ignoto sono stati i libri. Ne ho letti tanti, qualche decina solo l'anno scorso. Ma alcuni mi hanno formato più di altri:
Jack London, Martin Eden.
Ernesto "Che" Guevara, Latinoamericana, un diario per un viaggio in motocicletta.
Boris Pasternak, Il dottor Zivago.
Ignazio Silone, Fontamara.
John Steibeck, Uomini e topi.
Molti altri sono i libri che mi sono piaciuti, anche molto, ma se dovessi limitarmi al massimo, metterei questi cinque. Gli altri cercherei di averli clandestinamente, o li suggerirei a voce.
C'è anche una donna che mi ha messo in viaggio, ma di cui non parlerò, nè ora nè mai. Riccioli e labbra che non farei che baciare. Tuttora.
Questi libri credo dovrebbe leggerli ogni giornalista, o almeno ogni aspirante giornalista. Quando mi si chiede perchè, rispondo che da questi libri, o da libri come questi, passa ciò di cui un giornalista dovrebbe occuparsi, ciò che dovrebbe conoscere e quanto dovrebbe tenere sempre presente.
Da questi libri passa il viaggio, la fatica di scrivere, la pena di raccontare, la sofferenza di vivere, il legame dell'amicizia, la sopraffazione, il riscatto, la miseria, la distruzione, il coraggio, la forza, la volonà: la vita.
Lascio che il mio lettore sedimenti dentro di sè quanto ho detto, e ne faccia ciò che vuole.
Continuerò, ma per ora è meglio che mi fermi.

mercoledì 30 marzo 2011

Kapuscinski mi ha salvato.

Ho sbagliato. Forse ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare che potessi permettermi di parlare di un posto che non conoscevo e che non conosco solo raccogliendo informazioni da altri.
Il posto era il Sudan. Avevo pensato, e l'avevo pure annunciato, di pubblicare su questo mio blog un articolo sul Sudan, che analizzasse la politica del Sudan, le difficoltà del Sudan, il momento storico del Sudan.
Ho iniziato convinto di poterlo fare, e per un po' l'ho pure fatto: nomi di regioni, di movimenti ribelli, di capi di stato, saltavano fuori e prendevano per me un senso. Stavo facendo del giornalismo.
Poi mi è capitato in mano il libro di un polacco. Era un reporter, un reporter polacco: si chiamava Kapuscinski. Si chiamava perchè è morto. Lui che ha girato l'Africa, l'America latina, che ha rischiato la vita dovunque, nei paesi più poveri del mondo, che ha visto e descritto decine di conflitti - di conflitti di poveri, avrebbe detto lui - è morto in seguito ad un intervento chirurgico.
Racconta Kapuscinski che in Iran - è stato anche lì - non aveva modo di capire cosa si dicesse la gente o cosa dicessero i mezzi di informazione perchè non capiva la lingua. Aveva però notato che ogni volta che vi era qualche agitazione il proprietario di un negozietto che lui poteva vedere dalla camera del suo albergo non esponeva la merce (tappeti, se non ricordo male). Da lì lui aveva capito che quell'uomo poteva inconsapevolmente avvertirlo di ciò che da lì a poco sarebbe successo.
L'uomo. E io, davanti al mio computer, davanti alla rete globale, cosa sapevo dell'uomo, dell'uomo sudanese?
Che negozietto aveva l'uomo sudanese che mi avvertiva di ciò che io non potevo sapere, non potevo venire a sapere? Ce l'aveva un negozietto?
A quel punto mi resi conto che io del Sudan non sapevo niente, e che per me il Sudan era un nome su una carta geografica, il titolo di un film di cui conoscevo a mala pena gli attori principali per aver visto il trailer. No, io del Sudan, dei Sudanesi, dopo i molti articoli letti, non sapevo nulla; nemmeno me lo immaginavo io cos'era il Sudan. Da arrogante, o forse più semplicemente da ingenuo, avevo pensato di capire il Sudan attraverso la rete, attraverso la tecnologia. Da occidentale, forse.
Kapuscinski mi ha salvato da questo, e io lo ringrazio.
Ma, dannazione, improvvisamente ora tutto è più difficile...

A Ryszard Kapuscinski (1932 - 2007), di cui consiglio la lettura di questi tre libri:

R. Kapuscinski, La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva Editori,  Milano, 1990.

R. Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, Milano, 2006.

R. Kapuscinski, L'altro, Feltrinelli, Milano, 2007.