Non più 25 aprile. Meglio il 18. Questa la proposta del deputato Pdl Fabio Garagnani, che spiega: "le motivazioni con le quali i partigiani della sinistra combatterono il nazifascismo non erano certo ispirate al desiderio di restaurare la libertà, bensì a quello di creare un regime comunista che fu proprio evitato grazie alla vittoria del 18 aprile 1948". La vittoria di cui Garagnani parla è quella della Democrazia Cristiana, che in quel giorno di sessantatre anni fa batteva il Fronte popolare delle sinistre, ovvero i partiti comunista e socialista.
E' frase abusata, da bacio perugina, quella che vuole che la storia non si faccia con i se e con i ma.
Il Pci, e a maggior ragione il Psi, si è sempre vantato di aver scommesso sulla democrazia e di aver messo da parte la lotta armata dopo il 25 aprile proprio per partecipare a pieno titolo al nuovo regime democratico che seguiva i tragici mesi della Resistenza al nazifascismo. Non è dato sapere se una volta al potere, Togliatti e compagnia avrebbero messo da parte i propositi per catapultarci all'ombra dell'Unione Sovietica.
Ma tant'è. Certo, se questo fosse dovuto accadere, nessuno ora avrebbe il rimpianto che ciò non sia effettivamente accaduto: un McDonald capitalista, imperialista e reazionario è generalmente più tollerabile di una dittatura socialista o socialisteggiante che sia, e su questo la Libia dovrebbe avere qualcosa da dire.
Ma se si lascia da parte la politica e si guarda per un attimo alle persone, si scoprirà che ciò che la dirigenza di un qualsiasi movimento vuole o potrebbe volere, non sempre coincide con ciò che vuole la base del movimento stesso, soprattutto quando questo movimento è popolare come lo fu la Resistenza italiana al nazifascismo.
Scrivo da un paese, Schio (VI), che alla Resistenza ha dato un grosso tributo, nell'ordine delle svariate centinaia di vite infrante. Vivo in un paese, Schio (VI) che è insieme alla città di Genova l'unico paese in Italia in cui i resistenti hanno trattato autonomamente coi tedeschi l'allontanamento delle forze del Reich, senza l'intervento alleato (29 aprile 1945). Respiro l'aria di un paese, Schio (VI) in cui uno dei maggiori capi partigiani (Valerio Caroti "Giulio", venuto a mancare ai primi del nuovo millennio) impedì le esecuzioni sommarie di fascisti che invece si ebbero in molte altre città.
Ma Schio è anche il paese noto per il maggiore eccidio di fascisti del dopoguerra (54 fascisti sotto i colpi di una dozzina di partigiani entrati nelle carceri di Via Baratto la notte tra il 6 e il 7 luglio 1945).
La maggior parte dei partigiani operanti nelle colline e nelle montagne attorno a Schio apparteneva alla Divisione garibaldina "Ateo Garemi". Erano dunque partigiani comunisti.
E chi anche non fosse stato comunista, ma avesse voluto comunque partecipare alla Resistenza, alla difesa della sua città dai rastrellamenti e dai saccheggi nazifascisti, dove avrebbe dovuto militare? Avrebbe dovuto spostarsi attraverso le campagne e chiedere al primo partigiano che passava, mitra in mano, il viottolo più breve per la più vicina formazione cattolica?
Oggi ci sono ex partigiani comunisti che parlano in modo molto critico del mondo del socialismo reale e dei paesi che furono coinvolti nella sua tragedia, ma che all'epoca speravano ardentemente in una vittoria del partito di Togliatti, del partito amico della "Grande Madre Russia", come si diceva. Voltagabbana? No, solo più coscienti oggi di allora di cosa fosse la vita in un Paese comunista. L'ottantenne di oggi, forse, vede solo meglio del ventenne di ieri, nonostante le cateratte.
Se poi comunque si leggono le lettere dei partigiani condannati a morte, si vedranno insospettabili invocazioni a Dio e alla Madonna, e non a Lenin e a Stalin. L'ultimo pensiero di un ventenne in punto di morte andava alla mamma sola a casa a versare lacrime, non certo alla rivoluzione proletaria mondiale, della quale per altro aveva spesso solo una pallida nozione appresa in montagna coi compagni. D'altronde vent'anni trascorsi tra i banchi di una scuola fascista non si buttanto mica via così, da un mese all'altro...
Oggi veniamo a sapere da Fabio Garagnani che questa gente non merita il ricordo di una festa nazionale perchè militava in formazioni che non speravano esattamente nella Chiesa cattolica.
Io credo invece che queste persone abbiano vinto esattamente come tante altre di diverso orientamento, e che in quei tragici mesi abbiano sofferto e gioito esattamente come loro.
Il 25 aprile è, e deve rimanere, la festa indistinta di tutti i partigiani: dei comunisti, dei socialisti, dei cattolici, dei liberali e dei monarchici. La storia poi ha deciso chi di loro doveva stare al governo e chi all'opposizione. Ognuno secondo coscienza deciderà chi di loro aveva più ragioni e più torti, chi aveva completamente ragione e chi del tutto torto.
Perchè dovrebbe ricordarsi, il nostro Garagnini, che se ci fu un diciotto aprile millenovecentoquarantotto, lo si deve al venticinque aprile millenovecentoquarantacinque e a tutti coloro, indistintamente, che per quella data si trovarono troppo presto "sotto l'ombra di un bel fior".
http://www.corriere.it/politica/11_settembre_28/Festa-18-aprile-invece-del-25_bffa2ef8-e9e3-11e0-ac11-802520ded4a5.shtml
http://www.repubblica.it/politica/2011/09/28/news/25_aprile-22366363/?ref=HRER2-1
http://www.ilgiornale.it/interni/cancellare_25_aprile_la_proposta_pdl_scegliere_unaltra_data/25_aprile-partigiano-protesta-festeggiamento/28-09-2011/articolo-id=548661-page=0-comments=1
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