martedì 4 ottobre 2011

L'Africa di Pietro Veronese.

Si conclude con un "Elogio degli Africani" il libro di reportages di Pietro Veronese, Africa reportages (Laterza, Roma-Bari, 1999). Un elogio che ha però poco di scontato e di stereotipato e che fa correre un brivido lungo la schiena quando inizia con quella frase: "Un giorno o l'altro bisognerà liberarsi di tanta correttezza politica, di tanto perbenismo intellettuale, e osare dire come uno la pensa veramente. No, gli uomini non sono tutti uguali; sì, le razze esistono, e si dividono in inferiori e superiori. E superiore a tutte - scrive Veronese - è l'africana" (p. 173).
Il libro comincia ormai a essere datato. Ha quasi tredici primavere sulle spalle, e in tredici anni di cose in Africa ne sono cambiate. La Libia, uno dei Paesi assenti dalle pagine di questo libro, è in guerra da parecchi mesi e Gheddafi sempre lì lì per cadere; il Sudan, invece molto presente, da gennaio si è scisso nei due Paesi indipendenti del Sudan e del Sud Sudan.
Di molti altri Stati sarebbe difficile dire: "l'Africa - come scrive nella premessa al testo lo stesso Veronese - non è trascurata soltanto da flussi di capitali, dai grandi investimenti, dalle rotte commerciali, dalle agenzie turistiche (se si escludono le mete canoniche); lo è anche dai giornali" (p. IX).
Cosa quindi sia avvenuto in tredici anni in Kenya, Congo, Sud Africa, Ruanda, Eritrea, Etiopia, Angola, Burkina Faso, Zimbabwe, Mozambico, rimane difficile dirlo con precisione, grazie anche ad un sistema mediatico che, per lo meno nei suoi organi di diffusione di massa, fatica parecchio a renderne conto. E' sotto gli occhi di tutti come persino le notizie sulla Libia, presenti in ogni foglio di giornale fino a qualche settimana fa, abbiano smesso di occupare le prime pagine da quando la guerra si è arenata in quel di Bani Walid e di Sirte e da quando si sono concluse le rapide visite dei governi francese e inglese a Tripoli. Fino a che non sarà preso Gheddafi, aspettiamoci al massimo una serie infinita di dispacci d'agenzia.
E' per questo che, anche dopo tredici anni, libri come questo di Veronese dovrebbero continuare a essere letti con lo stesso interesse: perchè ci dicono su certi luoghi tutto ciò che i giornali, l'informazione quotidiana, per una serie di motivi anche strutturali non riescono a dirci.
Perchè l'Africa di Veronese non è solo l'Africa afflitta dalle grandi guerre, di cui pure scrive e che lasciano evidenti segni nel paesaggio delle città e nella vita delle comunità. Camion bruciati e abbandonati, vecchie armi sovietiche lasciate lungo una scarpata, cadaveri di combattenti, sono tutte immagini che ricorrono con una certa regolarità nel libro, così come nelle esperienze del reporter romano. L'Africa di Veronese è però anche e soprattutto l'Africa dei campi dei profughi e delle vittime innocenti di questi conflitti, l'Africa dei bambini e delle donne che muoiono di fame, delle studentesse uccise nelle scuole; l'Africa dei volontari che cercano di curare i malati di Aids, malattia ancora troppo poco conosciuta e prevenuta in molte zone del continente. Accanto dunque a figure di capi militari, martiri dell'idea e politici dell'ideologia, sono queste le figure del miglior Veronese. Un autobus che sprofonda in una buca e rompe alcune tubature dell'acqua, le donne che ridendo accorrono coi secchi:  tutto questo vale come o più del racconto di una guerra.
Perchè l'Africa di Veronese è anche l'Africa delle piccole avventure quotidiane, della felicità provocata da una tubatura rotta. C'è da immaginare, adesso come tredici anni fa.

Il libro:
Pietro Veronese, Africa reportages, Laterza, Roma-Bari, 1999.

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