sabato 27 novembre 2010

Sociologia del bar

Mi diletterò cinque minuti con un post leggero, ma le mie riflessioni su quanto dirò sono reali, nascono da esigenze ed esperienze reali.
Mi ritrovo a casa, e alla fine di questo intervento dovrò mettermi a studiare per un esame imminente, "storia del giornalismo". Avendo oggi avuto una giornata piena e avendo domani intenzione di alzarmi sul presto, ho deciso di rimanere a casa e ho rifiutato la proposta della mia comitiva per stasera: il bar.
Ecco ciò di cui intendo parlare.
Il bar in questione è un bar caratteristico di Schio, e uno dei miei preferiti: si chiama "I due mori". Non ci vado spessissimo, ma lo trovo molto stimolante.
Forse chi non è veneto potrà fraintendermi, ma nel Veneto il bar è un luogo di ritrovo molto importante, molto sentito da una buona parte della comunità giovanile. Non ci si va per ubriacarsi, come si potrebbe pensare, anzi, raramente ho visto gente veramente ubriaca in questi ritrovi: solo una volta un ragazzo che non riusciva a centrare nemmeno la porta, ma lo ricordo bene proprio perchè fu un caso isolato.
Credo che bar come "I due mori" abbiano in sè una sorta di atavica fascinazione, che mi porta a sentirmi per un po' come in un vecchio romanzo americano... Non so, mi sento un po' un personaggio di Hemingway, seduto a bere un caffè (di solito i personaggi del genio di Oak Park bevono ben altro che un macchiato, ma io sono noto proprio per questo, per questa mia mania dei caffè macchiati).
Si può dire che esista una "sociologia del bar"?
Penso di sì. Voglio dire, guardate per bene il famoso quadro di Edward Hopper, quello del 1942, "Nighthawks". Lì c'è la solita angosciosa solitudine che chiunque percepisce palesemente nei quadri di Hopper, ma non può essere un caso se artisti della penna e del colore siano stati tutti più o meno attratti da questo luogo di ritrovo che è il bar.
Entro dunque anch'io ai "Due mori". Mi siedo. Al piano di sopra, cui si accede entrando per un ingresso accanto al bancone, ci saranno di sicuro quelli della mia comitiva, che in questo momento non sanno affatto che io sono di sotto, mentalmente.
Se succede come sempre sono seduti al banco più lungo, un banco di quelli di legno pesante, vecchi, alla sinistra delle scale.
La luce è soffusa. Dietro al lungo bancone un cameriere che è stato mio compagno di classe alle superiori versa da bere e dà il resto, pochi centesimi tintinnanti.
Sono ai tavolini di fronte al bancone, mi appoggio con le spalle al muro. Sembra tutto fermo a quarant'anni fa, quell'idea di antico che...
Mi si chiede cosa voglio. Rispondo "un macchiato".
Guardandomi intorno vedo che il bar è pieno di vita, di vita quieta, di vita che entra per dimenticarsi i dolori e gli affanni, di vita che si concede una pausa. Ragazzi e ragazze parlano tra di loro. Alcuni visi sono noti, altri no, altri forse ma non ricordo perchè.
C'è una ragazza, bellissima, di cui vedo il viso riflesso nello specchio mentre porto alle labbra il mio caffè. Dimenticavo lo zucchero, miseria. Strappo la bustina e lo osservo mentre affonda disperatamente nel caffè, nel bianco spumoso del latte.
Gli occhi ritornano quasi da soli a quella ragazza. Lo specchio riflette ancora pietosamente il suo caldo sorriso, anche se la marca di una birra che qualcuno vi ha impresso sopra per pubblicità mi impedisce di vedere bene i suoi occhi.
E' di spalle e sta parlando con un ragazzo.
Ha una cascata di bellissimi riccioli biondi, lei. La luce calda di una lampada a muro, di quelle a ventaglio, forse ne altera vagamente il colore, o forse è impressione mia che sono lì solo con gli occhi della mente.
Ma mi pare bellissima.
Troppo bella per dirlo a parole, in realtà.
Mi pare una che ho conosciuto anni fa.
Deduco i suoi sentimenti dalle espressioni di lui. Ora ride, ora la fissa pietoso, ora la consola prendendole la mano. Immagino sia una mano minuta, di quelle bianche, dalla pelle bianchissima, che trema un po' di più.
Vedo che si baciano timidamente, e la mano del ragazzo scorre delicatamente sulla guancia di lei, ed è come se quella mano fosse la mia ma non è la mia.
Distolgo lo sguardo come per pudore.
A lato una bruna si piega in due dalle risate e mette in mostra un seno generoso. Qualcuno deve averle fatto uno scherzo o accennato una battuta.
Mi rivolto e la porta dell'entrata oscilla. Gli sgabelli sono vuoti, dietro la marca della birra c'è la mia solitudine.
A volte è bella anche lei, la mia solitudine, a volte meno.
Il bar forse serve a questo: a farcela guardare riflessa in uno specchio.  

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