Un manto verde le cade lungo i fianchi, la ricopre tutta, la fascia, ne modella le forme generose. Quasi ogni giorno ci vediamo sempre allo stesso punto; io esco di casa, arrivo, e lei è lì. Mi aspetta, paziente, placida, lo sguardo nel vuoto. Sembra mi sorpassi, quello sguardo, sembra vaghi nell'infinito, verso mete ignote, ma è sempre lì che mi aspetta. Io in silenzio mi accosto, e lei rimane ferma. La guardo, la guardo tutta, ne scruto avidamente ogni curva, ogni suo statico movimento, e ogni volta ne rimango estasiato. Le tendo la mano, come uno stupido. Ha una cicatrice, sul petto, che il manto verde non riesce a nascondere. Non ho mai saputo chi gliel'ha fatta e perchè, ma da che la ricordo io, c'è sempre stata. Ogni tanto guardare quella cicatrice mi intristisce, quasi mi si velano gli occhi di lacrime, e forse lei lo sa. Ci frequentiamo da troppo perchè lei non lo sappia. Ma quella cicatrice è in qualche modo parte di lei, e se il suo petto non l'avesse per me non sarebbe più la stessa cosa; forse arriverei addirittura a distogliere lo sguardo, a subirne la sparizione come un affronto; un affronto nei miei confronti, nei confronti della mia memoria.
Ci sono cose che non si sopportano, che non devono sparire mai.
Una volta le ho detto, come uno stupido amante innamorato, che se mai me ne fossi andato da Schio, l'avrei fotografata e quella foto, quella cicatrice, sarebbe rimasta sempre con me, ovunque me ne fossi andato. L'avrei tirta fuori dal portafoglio e l'avrei guardata la sera prima di andare a letto: lei, così bella, tutta ammantata di verde. E forse le avrei anche suonato una serenata senza strumenti, solo nella mia testa.
"Chissà quali altri cieli mi scorreranno sopra la testa..." le dissi una volta passeggiando lentamente. Incrociavo il suo sguardo e con lui andavo lontano.
La bellezza delle montagne è questa: lo sguardo. Esseri enormi, regalmente posati e immobili da milioni di anni. Hanno visto morire intere generazioni di uomini e di animali mentre loro rimanevano sempre là, condannate a sopravvivere sempre a tutti. A tutto e a tutti. Su di loro hanno sentito passare contadini, orsi, lupi, banditi, partigiani, eroi e delinquenti; qualcuna, si dice, pure gli elefanti. Ma nulla le smuove, nulla può smuoverle. E contrappunto di questa loro immutabile fissità è appunto lo sguardo, che dalla cima spazia chilometri e chilometri d'infinito, raggiunge ciò che nemmeno un'aquila può vedere.
E' questo che mi spinge a viaggiare, altro che invece me lo impedisce. E' questo che mi ha sempre spinto a viaggiare, pur dovendo rimanere fermo per necessità, o per vigliaccheria: lo sguardo delle montagne.
E' questo, lo sguardo delle montagne, che mi ha indotto sulla strada del giornalismo, e, spero un giorno, del reportage.
La mia montagna ammantata di verde e con la cicatrice sul petto si chiama Summano. Non è un nome molto femminile, ma io la amo. La si riconosce perchè è sormontata da un'enorme croce. Io la riconosco dallo sguardo. E non siamo poi in molti a vederlo.
Cosa vuol dire essere giornalisti? Me lo sono chiesto spesso in questi giorni, e quando io mi faccio troppe domande è che tira aria di crisi. Per stare in piedi in qualche modo mi drogo di domande, di letture e di conoscenza. Lo sguardo della montagna mi ha indicato la via: guardare lontano, dall'alto.
Credo che si può essere giornalisti in due modi. Tutti e due sono utili, ciascuno a modo suo, ma a me ne interessa veramente uno solo. L'altro sarebbe per me un surrogato, non lo tollererei. Forse all'inizio, ma non di più.
Si può essere giornalisti al computer. Anche quello serve a capire il mondo. Forse hai anche più agio di capirlo, più tempo per rifletterci sopra, forse.
Oppure si può essere giornalisti viaggiando. Ascoltando la gente importante e gli inutili straccioni, chi odora di profumo e chi di sudore, chi ha l'alito che sa di champagne e chi di Tavernello. Guardando le speziature del mondo, le sue varietà. Sentendo caldo, freddo, piacere e paura con chi divide la tua giornata. Certo, immagino sia una faticaccia, e non sono così sciocco da pensare che sia tutto bello. Arriverà anche il momento in cui non vorresti vedere nessuno se non chi ti anneghi nel bicchiere una pillola per l'emicranea, e invece devi girare e vedere.
Cose a cui si deve rinunciare, o almeno che non si possono più vivere in modo, diciamo così, classico? La famiglia; l'amore; gli amici; le radici. Rinunciarci del tutto sarebbe da folli, a meno che uno non le abbia già perse, tutte queste cose, per conto suo. Ma sicuramente le si deve vivere in modo diverso. Perchè quando giri, giri, e se quando giri una farfalla sbatte le ali a New York, tu a Pechino non puoi che fottertene le palle, perchè hai altro da fare. Magari neanche lo verrai mai a sapere della farfalla e delle sue ali. Mi si scusi la grettezza, ma è così.
Io che mai ho girato ma che tanto vorrei girare (una gita in Grecia in quinta superiore non fa quasi testo), non ho avuto, fino ad ora, che una possibilità: girare con la mente. E il mio biglietto per l'ignoto sono stati i libri. Ne ho letti tanti, qualche decina solo l'anno scorso. Ma alcuni mi hanno formato più di altri:
Jack London, Martin Eden.
Ernesto "Che" Guevara, Latinoamericana, un diario per un viaggio in motocicletta.
Boris Pasternak, Il dottor Zivago.
Ignazio Silone, Fontamara.
John Steibeck, Uomini e topi.
Molti altri sono i libri che mi sono piaciuti, anche molto, ma se dovessi limitarmi al massimo, metterei questi cinque. Gli altri cercherei di averli clandestinamente, o li suggerirei a voce.
C'è anche una donna che mi ha messo in viaggio, ma di cui non parlerò, nè ora nè mai. Riccioli e labbra che non farei che baciare. Tuttora.
Questi libri credo dovrebbe leggerli ogni giornalista, o almeno ogni aspirante giornalista. Quando mi si chiede perchè, rispondo che da questi libri, o da libri come questi, passa ciò di cui un giornalista dovrebbe occuparsi, ciò che dovrebbe conoscere e quanto dovrebbe tenere sempre presente.
Da questi libri passa il viaggio, la fatica di scrivere, la pena di raccontare, la sofferenza di vivere, il legame dell'amicizia, la sopraffazione, il riscatto, la miseria, la distruzione, il coraggio, la forza, la volonà: la vita.
Lascio che il mio lettore sedimenti dentro di sè quanto ho detto, e ne faccia ciò che vuole.
Continuerò, ma per ora è meglio che mi fermi.
lunedì 11 aprile 2011
mercoledì 30 marzo 2011
Kapuscinski mi ha salvato.
Ho sbagliato. Forse ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare che potessi permettermi di parlare di un posto che non conoscevo e che non conosco solo raccogliendo informazioni da altri.
Il posto era il Sudan. Avevo pensato, e l'avevo pure annunciato, di pubblicare su questo mio blog un articolo sul Sudan, che analizzasse la politica del Sudan, le difficoltà del Sudan, il momento storico del Sudan.
Ho iniziato convinto di poterlo fare, e per un po' l'ho pure fatto: nomi di regioni, di movimenti ribelli, di capi di stato, saltavano fuori e prendevano per me un senso. Stavo facendo del giornalismo.
Poi mi è capitato in mano il libro di un polacco. Era un reporter, un reporter polacco: si chiamava Kapuscinski. Si chiamava perchè è morto. Lui che ha girato l'Africa, l'America latina, che ha rischiato la vita dovunque, nei paesi più poveri del mondo, che ha visto e descritto decine di conflitti - di conflitti di poveri, avrebbe detto lui - è morto in seguito ad un intervento chirurgico.
Racconta Kapuscinski che in Iran - è stato anche lì - non aveva modo di capire cosa si dicesse la gente o cosa dicessero i mezzi di informazione perchè non capiva la lingua. Aveva però notato che ogni volta che vi era qualche agitazione il proprietario di un negozietto che lui poteva vedere dalla camera del suo albergo non esponeva la merce (tappeti, se non ricordo male). Da lì lui aveva capito che quell'uomo poteva inconsapevolmente avvertirlo di ciò che da lì a poco sarebbe successo.
L'uomo. E io, davanti al mio computer, davanti alla rete globale, cosa sapevo dell'uomo, dell'uomo sudanese?
Che negozietto aveva l'uomo sudanese che mi avvertiva di ciò che io non potevo sapere, non potevo venire a sapere? Ce l'aveva un negozietto?
A quel punto mi resi conto che io del Sudan non sapevo niente, e che per me il Sudan era un nome su una carta geografica, il titolo di un film di cui conoscevo a mala pena gli attori principali per aver visto il trailer. No, io del Sudan, dei Sudanesi, dopo i molti articoli letti, non sapevo nulla; nemmeno me lo immaginavo io cos'era il Sudan. Da arrogante, o forse più semplicemente da ingenuo, avevo pensato di capire il Sudan attraverso la rete, attraverso la tecnologia. Da occidentale, forse.
Kapuscinski mi ha salvato da questo, e io lo ringrazio.
Ma, dannazione, improvvisamente ora tutto è più difficile...
A Ryszard Kapuscinski (1932 - 2007), di cui consiglio la lettura di questi tre libri:
R. Kapuscinski, La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva Editori, Milano, 1990.
R. Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, Milano, 2006.
R. Kapuscinski, L'altro, Feltrinelli, Milano, 2007.
Il posto era il Sudan. Avevo pensato, e l'avevo pure annunciato, di pubblicare su questo mio blog un articolo sul Sudan, che analizzasse la politica del Sudan, le difficoltà del Sudan, il momento storico del Sudan.
Ho iniziato convinto di poterlo fare, e per un po' l'ho pure fatto: nomi di regioni, di movimenti ribelli, di capi di stato, saltavano fuori e prendevano per me un senso. Stavo facendo del giornalismo.
Poi mi è capitato in mano il libro di un polacco. Era un reporter, un reporter polacco: si chiamava Kapuscinski. Si chiamava perchè è morto. Lui che ha girato l'Africa, l'America latina, che ha rischiato la vita dovunque, nei paesi più poveri del mondo, che ha visto e descritto decine di conflitti - di conflitti di poveri, avrebbe detto lui - è morto in seguito ad un intervento chirurgico.
Racconta Kapuscinski che in Iran - è stato anche lì - non aveva modo di capire cosa si dicesse la gente o cosa dicessero i mezzi di informazione perchè non capiva la lingua. Aveva però notato che ogni volta che vi era qualche agitazione il proprietario di un negozietto che lui poteva vedere dalla camera del suo albergo non esponeva la merce (tappeti, se non ricordo male). Da lì lui aveva capito che quell'uomo poteva inconsapevolmente avvertirlo di ciò che da lì a poco sarebbe successo.
L'uomo. E io, davanti al mio computer, davanti alla rete globale, cosa sapevo dell'uomo, dell'uomo sudanese?
Che negozietto aveva l'uomo sudanese che mi avvertiva di ciò che io non potevo sapere, non potevo venire a sapere? Ce l'aveva un negozietto?
A quel punto mi resi conto che io del Sudan non sapevo niente, e che per me il Sudan era un nome su una carta geografica, il titolo di un film di cui conoscevo a mala pena gli attori principali per aver visto il trailer. No, io del Sudan, dei Sudanesi, dopo i molti articoli letti, non sapevo nulla; nemmeno me lo immaginavo io cos'era il Sudan. Da arrogante, o forse più semplicemente da ingenuo, avevo pensato di capire il Sudan attraverso la rete, attraverso la tecnologia. Da occidentale, forse.
Kapuscinski mi ha salvato da questo, e io lo ringrazio.
Ma, dannazione, improvvisamente ora tutto è più difficile...
A Ryszard Kapuscinski (1932 - 2007), di cui consiglio la lettura di questi tre libri:
R. Kapuscinski, La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva Editori, Milano, 1990.
R. Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, Milano, 2006.
R. Kapuscinski, L'altro, Feltrinelli, Milano, 2007.
domenica 20 febbraio 2011
Un altro articolo di Wallerstein.
In attesa di un articolo che sto preparando e spero, dopo tanto, di pubblicare a breve (posso già anticipare che riguarderà una delle zone calde del Continente Nero), ecco un altro scritto di Immanuel Wallerstein che mi sembra molto interessante e cui quindi rimando.
Abbiate ancora un attimo di pazienza.
Alla prossima.
Immanuel Wallerstein, "A Dakar, mentre cadeva Mubarak".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/02/articolo/4193/
Abbiate ancora un attimo di pazienza.
Alla prossima.
Immanuel Wallerstein, "A Dakar, mentre cadeva Mubarak".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/02/articolo/4193/
giovedì 20 gennaio 2011
Articolo di Immanuel Wallerstein.
Ancora una volta senza avere il tempo di commentarlo, propongo al lettore questo bell'articolo di Immanuel Wallerstein dalle pagine del "Manifesto".
Mi rendo conto che tutti gli articoli citati fino ad adesso li ho presi dal "Manifesto", e giusta, giustissima, non può che essere l'obiezione di chi mi dirà che non si può credere di fare informazione, dell'informazione corretta, solo citando giornali ai quali si è ideologicamente vicini; bisogna anche vedere cosa dicono gli altri, confrontrare e trarre le somme.
Giustissimo.
A mia difesa dirò solo che, me ne spiace, ma in questo periodo è già molto se riesco di tanto in tanto a dare un'occhiata ad un giornale nel quale mi riconosco.
Rimedierò, lo prometto, non appena il tempo me lo consentirà.
Intanto ecco il link:
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/4025/
Mi rendo conto che tutti gli articoli citati fino ad adesso li ho presi dal "Manifesto", e giusta, giustissima, non può che essere l'obiezione di chi mi dirà che non si può credere di fare informazione, dell'informazione corretta, solo citando giornali ai quali si è ideologicamente vicini; bisogna anche vedere cosa dicono gli altri, confrontrare e trarre le somme.
Giustissimo.
A mia difesa dirò solo che, me ne spiace, ma in questo periodo è già molto se riesco di tanto in tanto a dare un'occhiata ad un giornale nel quale mi riconosco.
Rimedierò, lo prometto, non appena il tempo me lo consentirà.
Intanto ecco il link:
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/4025/
sabato 8 gennaio 2011
Due articoli di Giuliano Battiston.
Sottopongo all'attenzione del volenteroso lettore due articoli, entrambi a firma di Giuliano Battiston. Spero di trovare il tempo di commentarli.
1. Giuliano Battiston, "La guerra quotidiana sulla strada per Kabul".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/3959/
2. Giuliano Battiston, "Dissidente per principio".
http://blog.altriarabi.it/2009/05/17/dissidente-per-principio/
Buona lettura.
1. Giuliano Battiston, "La guerra quotidiana sulla strada per Kabul".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/3959/
2. Giuliano Battiston, "Dissidente per principio".
http://blog.altriarabi.it/2009/05/17/dissidente-per-principio/
Buona lettura.
giovedì 6 gennaio 2011
Sul sentimento nazionalistico.
Vorrei realizzare adesso una piccola idea che da tempo mi vaga per la testa: quella di scrivere qualche riga a proposito del nazionalismo e del patriottismo. Dopo tutto è appena iniziato l'anno in cui il Bel Paese ricorderà le 150 primavere della sua unità. Come al solito mi baso su idee personali e non su studi specifici che, sebbene d'uopo, uno studente universitario che voglia acculturarsi non ha certo il tempo di intraprendere. So comunque che è un tema su cui molto è stato scritto e su cui altrettanto sarebbe opportuno leggere.
Mi pare che la vita di tutti i giorni, i commenti e i pensieri che sui fatti quotidiani sentiamo esprimere all'uomo della strada ci indichino due sensi di nazionalismo e di patriottismo. Un senso che definirei di difesa e un senso di offesa (o, se preferiamo per non creare ambiguità, di attacco).
Il patriottismo o nazionalismo di difesa mi sembra di poterlo individuare in quel moto di sdegno che coglie ognuno di noi nel momento in cui la sua terra natia, le sue origini, vengono tirate in ballo con evidente senso offensivo. Se io sentissi dire che gli Italiani, ad esempio, sono tutti sporchi o sono tutti mafiosi, avrei a risintermene, e credo a ragione. Il mio pensiero sarebbe: "Io sono Italiano e non tutti noi Italiani siamo così".
E' un nazionalismo positivo? Senza dubbio, perchè permette a più persone di sentirsi uniti sotto la comune bandiera della propria nazionalità: crea un collante.
Al contrario, il patriottismo o nazionalismo che ho chiamato di attacco: tiro in ballo la mia nazionalità per evidenziarne una presunta superiorità o offendo qualcun altro per la sua nazionalità (e la persona reagirà interpretando il suddetto nazionalismo di difesa). Espressioni anche comuni, comunissime, possono essere considerati addirittura degli stereotipi di nazionalismo d'attacco: "marocchino" per "venditore ambulante" quando non per "africano" in generale, "cinese" per "venditore di articoli da quattro soldi". Ho sentito addirittura con le mie orecchie, ma non so quanto sia poi effettivamente diffuso, "colombiana" (ovviamente solo al femminile, ma questa è un'altra questione) per "prostituta".
E' un nazionalismo positivo? Certamente no, perchè porta inevitabilmente a odio e divisione tra le genti.
Pensiamo ora al concetto di Patria, pensiamolo nel nostro caso italiano. Per Italia si intendono tutte le regioni che riempiono quella lingua di terra che si pronuncia al di sotto delle Alpi all'interno del Mediterraneo più una serie di isole limitrofe, le più grandi delle quali sono la Sicilia e la Sardegna.
Chiunque è nato all'interno di questo territorio ha il diritto di chiamarsi italiano. Chiunque? No. Almeno non secondo la versione dell'uomo della strada. Il bambino Rom (quante volte ho sentito, a propsito, usare come perfetti sinonimi Rom e Romeno!) che nasce a Roma piuttosto che a Napoli o a Torino rimane un Rom senza nazionalità, e così il figlio del "marocchino", specie se figlio di immigrati clandestini, rimarrà un "marocchino". C'è chi dà del "marocchino" anche all'ex calciatore nero dell'Inter Mario Balotelli, nonostante la carta d'identità dica che sia nato a Palermo, se non erro, e gli amici raccontino che sia cresciuto a Brescia.
Ci potrebbero essere molti altri modi di definire gli appartenenti ad una nazione, modi che vanno al di là dell'ubicazione geografica del luogo di nascita e che chiamano in ballo valori quali la religione, la storia, la cultura in senso lato. Ma dubito che l'uomo della strada la pensi così e tralascio quindi di imboccare questa via.
Ciò su cui piuttosto vorrei fermarmi a riflettere è il senso di sentirsi appartenenti ad una patria, qualsiasi essa sia, il senso del senso nazionalistico.
La storia gronda del sangue di chi è morto per la propria Patria, e il Risorgimento italiano (almeno nella sua lettura tradizionalmente più accreditata) è esempio sufficiente a fugare ogni dubbio in merito.
Ma ha senso morire, sacrificarsi per una Patria? Ha senso morire e sacrificarsi per l'Italia, per una lingua di terra? O non ha piuttosto senso morire e sacrificarsi per gli Italiani, per questi milioni di persone? E se ha senso sacrificarsi e morire per gli Italiani, io, da Italiano, non sono ugualmente chiamato a soffrire, morire, o comunque lottare per il Francese, per l'Inglese, il Romeno, il Greco, l'Americano del Nord così come del Sud, il Cinese, il Giapponese, il Thailandese, l'Egiziano, il Marocchino, il Sudanese, l'Australiano, il Neozelandese?
E questo non porta forse alla caduta stessa del nazionalismo, che diventa una costruzione solo teorica e tutta artificiale (pur tenendo presente le evidenti distinzioni culturali tra popoli, che nessuno intende qui negare)? Se io, Italiano, soffrissi o morissi per un Greco, e lui per me, avrebbe ancora senso distinguerci tra Italiani e Greci?
Che senso ha poi dunque, in tutta evidenza e franchezza, dichiararsi pronto a lottare per la propria Patria, quando la stessa la si usa impunemente come saliva da sputare in faccia ad altri ritenuti nazionalmente inferiori? Quando la si degrada addobbandola di aggettivi e di sostantivi che si reputano utilizzabili solo per lei ma non degni di qualsiasi altra Patria?
E' questo sano nazionalismo? No.
Mi sentirei orgoglioso di essere Italiano solo se io, da Italiano, fossi disposto a lottare per i diritti di un Francese, di un Russo, di un Brasiliano, di un Afghano, di un Congolese.
Mi sento orgoglioso di essere Italiano quando sento che un italiano si indigna per qualcosa che ha offeso un uomo o una donna di altra nazionalità.
Non mi sento orgoglioso, non mi sento affatto, di essere Italiano, quando sento che a Roma i rifugiati politici somali sono lasciati nella sporcizia e in quella struttura fatiscente che è ormai la loro ambasciata passano i giorni in compagnia dei topi (ne ha parlato Giuliana Sgrena sul "Manifesto" qualche giorno fa: http://blog.ilmanifesto.it/islamismo/2011/01/04/il-dramma-dei-profughi-somali/).
Finissi qui di scrivere mi si potrebbe accusare di parole vuote. Vorrei perciò rispondere ad un'ultima domanda: che farsene del proprio nazionalismo, del proprio sentimento patrio cui ciascuno di noi è stato con più o meno efficacia educato?
Usarlo nel modo corretto. Credo che il sentimento patrio possa andare bene come sentimento mediano, un sentimento che ci deve cioè aiutare, che è forse anzi necessario, a sentirci uomini e fratelli tutti; che dev'essere affrontato e superato nel nome di una più comune Patria Universale, che so perfettamente essere ad oggi lungi dal venire, dal realizzarsi. Una Patria in cui non conta essere nati qui o lì, una Patria dove conta solo indignrsi per le sofferenze altrui. Una Patria che non conosce le divisioni ma che conosce, e rispetta, le differenze, le differenze culturali.
Mi rendo conto che sembra lo scritto di un utopista, come si usano designare normalmente coloro che sperano nei cambiamenti; di un visionario; mi rendo conto che di questo sarò tacciato. Ma questo non è un argomento che si può risolvere così facilmente: è un argomento che al contrario richiede molte più considerazioni, che spero di proporre, esplicitamente o implicitamente, in futuro.
Spero solo, per ora, di aver lasciato un seme; fosse anche immaturo, che prima o poi germogli. L'idea del sentimento nazionalista e patriottico come un sentimento ambiguo, che può essere usato bene o male, e che nel caso sia usato bene deve aiutarci a superarlo, a superarlo per giungere ad un più alto e comune sentimento di fratellanza e di unità.
Per ora, non chiedo di più.
Mi pare che la vita di tutti i giorni, i commenti e i pensieri che sui fatti quotidiani sentiamo esprimere all'uomo della strada ci indichino due sensi di nazionalismo e di patriottismo. Un senso che definirei di difesa e un senso di offesa (o, se preferiamo per non creare ambiguità, di attacco).
Il patriottismo o nazionalismo di difesa mi sembra di poterlo individuare in quel moto di sdegno che coglie ognuno di noi nel momento in cui la sua terra natia, le sue origini, vengono tirate in ballo con evidente senso offensivo. Se io sentissi dire che gli Italiani, ad esempio, sono tutti sporchi o sono tutti mafiosi, avrei a risintermene, e credo a ragione. Il mio pensiero sarebbe: "Io sono Italiano e non tutti noi Italiani siamo così".
E' un nazionalismo positivo? Senza dubbio, perchè permette a più persone di sentirsi uniti sotto la comune bandiera della propria nazionalità: crea un collante.
Al contrario, il patriottismo o nazionalismo che ho chiamato di attacco: tiro in ballo la mia nazionalità per evidenziarne una presunta superiorità o offendo qualcun altro per la sua nazionalità (e la persona reagirà interpretando il suddetto nazionalismo di difesa). Espressioni anche comuni, comunissime, possono essere considerati addirittura degli stereotipi di nazionalismo d'attacco: "marocchino" per "venditore ambulante" quando non per "africano" in generale, "cinese" per "venditore di articoli da quattro soldi". Ho sentito addirittura con le mie orecchie, ma non so quanto sia poi effettivamente diffuso, "colombiana" (ovviamente solo al femminile, ma questa è un'altra questione) per "prostituta".
E' un nazionalismo positivo? Certamente no, perchè porta inevitabilmente a odio e divisione tra le genti.
Pensiamo ora al concetto di Patria, pensiamolo nel nostro caso italiano. Per Italia si intendono tutte le regioni che riempiono quella lingua di terra che si pronuncia al di sotto delle Alpi all'interno del Mediterraneo più una serie di isole limitrofe, le più grandi delle quali sono la Sicilia e la Sardegna.
Chiunque è nato all'interno di questo territorio ha il diritto di chiamarsi italiano. Chiunque? No. Almeno non secondo la versione dell'uomo della strada. Il bambino Rom (quante volte ho sentito, a propsito, usare come perfetti sinonimi Rom e Romeno!) che nasce a Roma piuttosto che a Napoli o a Torino rimane un Rom senza nazionalità, e così il figlio del "marocchino", specie se figlio di immigrati clandestini, rimarrà un "marocchino". C'è chi dà del "marocchino" anche all'ex calciatore nero dell'Inter Mario Balotelli, nonostante la carta d'identità dica che sia nato a Palermo, se non erro, e gli amici raccontino che sia cresciuto a Brescia.
Ci potrebbero essere molti altri modi di definire gli appartenenti ad una nazione, modi che vanno al di là dell'ubicazione geografica del luogo di nascita e che chiamano in ballo valori quali la religione, la storia, la cultura in senso lato. Ma dubito che l'uomo della strada la pensi così e tralascio quindi di imboccare questa via.
Ciò su cui piuttosto vorrei fermarmi a riflettere è il senso di sentirsi appartenenti ad una patria, qualsiasi essa sia, il senso del senso nazionalistico.
La storia gronda del sangue di chi è morto per la propria Patria, e il Risorgimento italiano (almeno nella sua lettura tradizionalmente più accreditata) è esempio sufficiente a fugare ogni dubbio in merito.
Ma ha senso morire, sacrificarsi per una Patria? Ha senso morire e sacrificarsi per l'Italia, per una lingua di terra? O non ha piuttosto senso morire e sacrificarsi per gli Italiani, per questi milioni di persone? E se ha senso sacrificarsi e morire per gli Italiani, io, da Italiano, non sono ugualmente chiamato a soffrire, morire, o comunque lottare per il Francese, per l'Inglese, il Romeno, il Greco, l'Americano del Nord così come del Sud, il Cinese, il Giapponese, il Thailandese, l'Egiziano, il Marocchino, il Sudanese, l'Australiano, il Neozelandese?
E questo non porta forse alla caduta stessa del nazionalismo, che diventa una costruzione solo teorica e tutta artificiale (pur tenendo presente le evidenti distinzioni culturali tra popoli, che nessuno intende qui negare)? Se io, Italiano, soffrissi o morissi per un Greco, e lui per me, avrebbe ancora senso distinguerci tra Italiani e Greci?
Che senso ha poi dunque, in tutta evidenza e franchezza, dichiararsi pronto a lottare per la propria Patria, quando la stessa la si usa impunemente come saliva da sputare in faccia ad altri ritenuti nazionalmente inferiori? Quando la si degrada addobbandola di aggettivi e di sostantivi che si reputano utilizzabili solo per lei ma non degni di qualsiasi altra Patria?
E' questo sano nazionalismo? No.
Mi sentirei orgoglioso di essere Italiano solo se io, da Italiano, fossi disposto a lottare per i diritti di un Francese, di un Russo, di un Brasiliano, di un Afghano, di un Congolese.
Mi sento orgoglioso di essere Italiano quando sento che un italiano si indigna per qualcosa che ha offeso un uomo o una donna di altra nazionalità.
Non mi sento orgoglioso, non mi sento affatto, di essere Italiano, quando sento che a Roma i rifugiati politici somali sono lasciati nella sporcizia e in quella struttura fatiscente che è ormai la loro ambasciata passano i giorni in compagnia dei topi (ne ha parlato Giuliana Sgrena sul "Manifesto" qualche giorno fa: http://blog.ilmanifesto.it/islamismo/2011/01/04/il-dramma-dei-profughi-somali/).
Finissi qui di scrivere mi si potrebbe accusare di parole vuote. Vorrei perciò rispondere ad un'ultima domanda: che farsene del proprio nazionalismo, del proprio sentimento patrio cui ciascuno di noi è stato con più o meno efficacia educato?
Usarlo nel modo corretto. Credo che il sentimento patrio possa andare bene come sentimento mediano, un sentimento che ci deve cioè aiutare, che è forse anzi necessario, a sentirci uomini e fratelli tutti; che dev'essere affrontato e superato nel nome di una più comune Patria Universale, che so perfettamente essere ad oggi lungi dal venire, dal realizzarsi. Una Patria in cui non conta essere nati qui o lì, una Patria dove conta solo indignrsi per le sofferenze altrui. Una Patria che non conosce le divisioni ma che conosce, e rispetta, le differenze, le differenze culturali.
Mi rendo conto che sembra lo scritto di un utopista, come si usano designare normalmente coloro che sperano nei cambiamenti; di un visionario; mi rendo conto che di questo sarò tacciato. Ma questo non è un argomento che si può risolvere così facilmente: è un argomento che al contrario richiede molte più considerazioni, che spero di proporre, esplicitamente o implicitamente, in futuro.
Spero solo, per ora, di aver lasciato un seme; fosse anche immaturo, che prima o poi germogli. L'idea del sentimento nazionalista e patriottico come un sentimento ambiguo, che può essere usato bene o male, e che nel caso sia usato bene deve aiutarci a superarlo, a superarlo per giungere ad un più alto e comune sentimento di fratellanza e di unità.
Per ora, non chiedo di più.
lunedì 3 gennaio 2011
Riflessioni sulla guerra. Pròfasis o aitìa?
Qualche pensiero suscitato dalla notizia della morte in terra afghana del nostro ennesimo soldato, Matteo Miotto. Umanamente mi dispiace, senza ombra di dubbio. Pare che fosse molto sensibile alla condizione del popolo afghano e che credesse seriamente nella missione di pace cui era convinto di dare il suo onesto contributo. Credo francamente che vi siano i soldati convinti di questo (soldati italiani, inglesi, americani...) e non ho motivo per dubitare che anche Miotto fosse tra questi. Ci sarà chi va in Oriente per i soldi, ma ci sarà anche chi ci va per convinzione. E anche chi ci va per il denaro: come biasimare chi lo fa per evitare la disoccupazione? Come invece non contestare chi lo fa - ci sarà pure! - per un guadagno "semplice", che poi tanto semplice non è? Come si vede molte sono le motivazioni che possono spingere un uomo alla guerra e, giuste o sbagliate che possano sembrare, riguardano l'individualità di ciascuno.
Ciò che mi pare invece assolutamente incondivisibile è il motivo per cui gli Stati occidentali stiano prolungando oltre misura una guerra che a suo tempo si poteva anche fare a meno di condurre. E non lo dico per compiacente e modaiolo pacifismo (benchè possa dirmi certamente ostile ad ogni guerra, che è sempre dramma anche quando ha il sapore amaro dell'ultima spiaggia), ma perchè non credo che questo sia un conflitto condotto "in nome della pace e della democrazia" come spesso si sente dire, quanto piuttosto un conflitto necessario all'economia di stati che hanno proprio nel settore bellico una delle voci più ingenti dei propri bilanci. Basta un semplice ragionamento: se un governo decide di spendere per gli armamenti molto più di quanto spenda per altri settori quali l'istruzione (credo che questo avvenga di certo per l'Italia), va da sè che ogni conflitto è un'occasione propizia per utilizzare gli armamenti stessi e per sottoporli ad un continuo ricambio che ne renda necessaria l'ulteriore produzione. Da qui la continua necessità di conflitti armati lontani dalla pacifica oasi occidentale (America del Nord e Europa dell'Ovest) "in difesa - come si diceva - della democrazia". Della democrazia o dei bilanci dei produttori di armi? Al lettore l'ardua scelta.
Mi risulta che anche la Cina, la Repubblica popolare cinese, non sia esattamente un campione di democrazia, ma non ho mai visto nessuno pensare di muovere guerra contro la seconda (prima?) potenza capitalista del mondo, probabilmente molto più potente dal punto di vista bellico dei terroristi che nel 2001 con il vile attacco alle Torri Gemelle porsero la miccia della guerra all'allora presidente americano George W. Bush, che dal canto suo la accese prontamente.
Molto abilmente Polibio, il celebre storico greco del III secolo a.C., distingueva nelle sue Storie tra pròfasis e aitìa, ovvero tra "pretesto" e "causa reale". Bene; molto semplicemente a me sembra che la difesa della democrazia possa, in una qualche misura, essere derubricata sotto il primo sostantivo, il mantenimento economico di un settore economico assai prolifico, quello appunto degli armamenti, sotto il secondo. Non perchè un'eventuale minaccia politica organizzata di matrice fondamentalista non sia temibile, ma perchè per il momento questa non è effettivamente presente, se non a livello, credo, embrionale e criminale.
Il terrorismo islamico, come ogni tipo di terrorismo, deve essere controllato e battuto, anche in virtù della stessa grande maggioranza islamica, che terrorista certo non è. Per battere le cellule criminali terroristiche islamiche sarebbero serviti attacchi mirati e, soprattutto, l'isolamento delle stesse dal resto della popolazione afghana o iraquena. E questo isolamento si sarebbe senz'altro avuto attraverso una vera politica di assistenza programmata e mirata, di aiuto economico alle popolazioni e attraverso la creazione di un governo forte e competitivo, quale non mi pare essere quello, in Afghanistan, di Karzai. Bombardando indiscriminatamente, costringendo la gioventù all'emigrazione (spesso clandestina) si crea presso la popolazione locale un sentimento di resistenza e di ostilità che va necessariamente a ingrossare le file del terrorismo islamico, facendone evidentemente il gioco; perchè per resistere alle armi ci vogliono - è elementare - le armi, che sono in mano ai talebani.
Ciò che mi pare invece assolutamente incondivisibile è il motivo per cui gli Stati occidentali stiano prolungando oltre misura una guerra che a suo tempo si poteva anche fare a meno di condurre. E non lo dico per compiacente e modaiolo pacifismo (benchè possa dirmi certamente ostile ad ogni guerra, che è sempre dramma anche quando ha il sapore amaro dell'ultima spiaggia), ma perchè non credo che questo sia un conflitto condotto "in nome della pace e della democrazia" come spesso si sente dire, quanto piuttosto un conflitto necessario all'economia di stati che hanno proprio nel settore bellico una delle voci più ingenti dei propri bilanci. Basta un semplice ragionamento: se un governo decide di spendere per gli armamenti molto più di quanto spenda per altri settori quali l'istruzione (credo che questo avvenga di certo per l'Italia), va da sè che ogni conflitto è un'occasione propizia per utilizzare gli armamenti stessi e per sottoporli ad un continuo ricambio che ne renda necessaria l'ulteriore produzione. Da qui la continua necessità di conflitti armati lontani dalla pacifica oasi occidentale (America del Nord e Europa dell'Ovest) "in difesa - come si diceva - della democrazia". Della democrazia o dei bilanci dei produttori di armi? Al lettore l'ardua scelta.
Mi risulta che anche la Cina, la Repubblica popolare cinese, non sia esattamente un campione di democrazia, ma non ho mai visto nessuno pensare di muovere guerra contro la seconda (prima?) potenza capitalista del mondo, probabilmente molto più potente dal punto di vista bellico dei terroristi che nel 2001 con il vile attacco alle Torri Gemelle porsero la miccia della guerra all'allora presidente americano George W. Bush, che dal canto suo la accese prontamente.
Molto abilmente Polibio, il celebre storico greco del III secolo a.C., distingueva nelle sue Storie tra pròfasis e aitìa, ovvero tra "pretesto" e "causa reale". Bene; molto semplicemente a me sembra che la difesa della democrazia possa, in una qualche misura, essere derubricata sotto il primo sostantivo, il mantenimento economico di un settore economico assai prolifico, quello appunto degli armamenti, sotto il secondo. Non perchè un'eventuale minaccia politica organizzata di matrice fondamentalista non sia temibile, ma perchè per il momento questa non è effettivamente presente, se non a livello, credo, embrionale e criminale.
Il terrorismo islamico, come ogni tipo di terrorismo, deve essere controllato e battuto, anche in virtù della stessa grande maggioranza islamica, che terrorista certo non è. Per battere le cellule criminali terroristiche islamiche sarebbero serviti attacchi mirati e, soprattutto, l'isolamento delle stesse dal resto della popolazione afghana o iraquena. E questo isolamento si sarebbe senz'altro avuto attraverso una vera politica di assistenza programmata e mirata, di aiuto economico alle popolazioni e attraverso la creazione di un governo forte e competitivo, quale non mi pare essere quello, in Afghanistan, di Karzai. Bombardando indiscriminatamente, costringendo la gioventù all'emigrazione (spesso clandestina) si crea presso la popolazione locale un sentimento di resistenza e di ostilità che va necessariamente a ingrossare le file del terrorismo islamico, facendone evidentemente il gioco; perchè per resistere alle armi ci vogliono - è elementare - le armi, che sono in mano ai talebani.
Si crea quindi un circolo vizioso a cui probabilmente non si intende porre fine, e di cui fa le spese, in termini drammatici di vite, chi in quella guerra si ritrova perchè ci è nato e cresciuto e chi, come Miotto, ci entra nel tentativo, impossibile, di porvi fine.
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