giovedì 6 gennaio 2011

Sul sentimento nazionalistico.

Vorrei realizzare adesso una piccola idea che da tempo mi vaga per la testa: quella di scrivere qualche riga a proposito del nazionalismo e del patriottismo. Dopo tutto è appena iniziato l'anno in cui il Bel Paese ricorderà le 150 primavere della sua unità. Come al solito mi baso su idee personali e non su studi specifici che, sebbene d'uopo, uno studente universitario che voglia acculturarsi non ha certo il tempo di intraprendere. So comunque che è un tema su cui molto è stato scritto e su cui altrettanto sarebbe opportuno leggere.
Mi pare che la vita di tutti i giorni, i commenti e i pensieri che sui fatti quotidiani sentiamo esprimere all'uomo della strada ci indichino due sensi di nazionalismo e di patriottismo. Un senso che definirei di difesa e un senso di offesa (o, se preferiamo per non creare ambiguità, di attacco).
Il patriottismo o nazionalismo di difesa mi sembra di poterlo individuare in quel moto di sdegno che coglie ognuno di noi nel momento in cui la sua terra natia, le sue origini, vengono tirate in ballo con evidente senso offensivo. Se io sentissi dire che gli Italiani, ad esempio, sono tutti sporchi o sono tutti mafiosi, avrei a risintermene, e credo a ragione. Il mio pensiero sarebbe: "Io sono Italiano e non tutti noi Italiani siamo così".
E' un nazionalismo positivo? Senza dubbio, perchè permette a più persone di sentirsi uniti sotto la comune bandiera della propria nazionalità: crea un collante.
Al contrario, il patriottismo o nazionalismo che ho chiamato di attacco: tiro in ballo la mia nazionalità per evidenziarne una presunta superiorità o offendo qualcun altro per la sua nazionalità (e la persona reagirà interpretando il suddetto nazionalismo di difesa). Espressioni anche comuni, comunissime, possono essere considerati addirittura degli stereotipi di nazionalismo d'attacco: "marocchino" per "venditore ambulante" quando non per "africano" in generale, "cinese" per "venditore di articoli da quattro soldi". Ho sentito addirittura con le mie orecchie, ma non so quanto sia poi effettivamente diffuso, "colombiana" (ovviamente solo al femminile, ma questa è un'altra questione) per "prostituta".
E' un nazionalismo positivo? Certamente no, perchè porta inevitabilmente a odio e divisione tra le genti.
Pensiamo ora al concetto di Patria, pensiamolo nel nostro caso italiano. Per Italia si intendono tutte le regioni che riempiono quella lingua di terra che si pronuncia al di sotto delle Alpi all'interno del Mediterraneo più una serie di isole limitrofe, le più grandi delle quali sono la Sicilia e la Sardegna.
Chiunque è nato all'interno di questo territorio ha il diritto di chiamarsi italiano. Chiunque? No. Almeno non secondo la versione dell'uomo della strada. Il bambino Rom (quante volte ho sentito, a propsito, usare come perfetti sinonimi Rom e Romeno!) che nasce a Roma piuttosto che a Napoli o a Torino rimane un Rom senza nazionalità, e così il figlio del "marocchino", specie se figlio di immigrati clandestini, rimarrà un "marocchino". C'è chi dà del "marocchino" anche all'ex calciatore nero dell'Inter Mario Balotelli, nonostante la carta d'identità dica che sia nato a Palermo, se non erro, e gli amici raccontino che sia cresciuto a Brescia.
Ci potrebbero essere molti altri modi di definire gli appartenenti ad una nazione, modi che vanno al di là dell'ubicazione geografica del luogo di nascita e che chiamano in ballo valori quali la religione, la storia, la cultura in senso lato. Ma dubito che l'uomo della strada la pensi così e tralascio quindi di imboccare questa via.
Ciò su cui piuttosto vorrei fermarmi a riflettere è il senso di sentirsi appartenenti ad una patria, qualsiasi essa sia, il senso del senso nazionalistico.
La storia gronda del sangue di chi è morto per la propria Patria, e il Risorgimento italiano (almeno nella sua lettura tradizionalmente più accreditata) è esempio sufficiente a fugare ogni dubbio in merito.
Ma ha senso morire, sacrificarsi per una Patria? Ha senso morire e sacrificarsi per l'Italia, per una lingua di terra? O non ha piuttosto senso morire e sacrificarsi per gli Italiani, per questi milioni di persone? E se ha senso sacrificarsi e morire per gli Italiani, io, da Italiano, non sono ugualmente chiamato a soffrire, morire, o comunque lottare per il Francese, per l'Inglese, il Romeno, il Greco, l'Americano del Nord così come del Sud, il Cinese, il Giapponese, il Thailandese, l'Egiziano, il Marocchino, il Sudanese, l'Australiano, il Neozelandese?
E questo non porta forse alla caduta stessa del nazionalismo, che diventa una costruzione solo teorica e tutta artificiale (pur tenendo presente le evidenti distinzioni culturali tra popoli, che nessuno intende qui negare)? Se io, Italiano, soffrissi o morissi per un Greco, e lui per me, avrebbe ancora senso distinguerci tra Italiani e Greci?
Che senso ha poi dunque, in tutta evidenza e franchezza, dichiararsi pronto a lottare per la propria Patria, quando la stessa la si usa impunemente come saliva da sputare in faccia ad altri ritenuti nazionalmente inferiori? Quando la si degrada addobbandola di aggettivi e di sostantivi che si reputano utilizzabili solo per lei ma non degni di qualsiasi altra Patria?
E' questo sano nazionalismo? No.
Mi sentirei orgoglioso di essere Italiano solo se io, da Italiano, fossi disposto a lottare per i diritti di un Francese, di un Russo, di un Brasiliano, di un Afghano, di un Congolese.
Mi sento orgoglioso di essere Italiano quando sento che un italiano si indigna per qualcosa che ha offeso un uomo o una donna di altra nazionalità.
Non mi sento orgoglioso, non mi sento affatto, di essere Italiano, quando sento che a Roma i rifugiati politici somali sono lasciati nella sporcizia e in quella struttura fatiscente che è ormai la loro ambasciata passano i giorni in compagnia dei topi (ne ha parlato Giuliana Sgrena sul "Manifesto" qualche giorno fa: http://blog.ilmanifesto.it/islamismo/2011/01/04/il-dramma-dei-profughi-somali/).
Finissi qui di scrivere mi si potrebbe accusare di parole vuote. Vorrei perciò rispondere ad un'ultima domanda: che farsene del proprio nazionalismo, del proprio sentimento patrio cui ciascuno di noi è stato con più o meno efficacia educato?
Usarlo nel modo corretto. Credo che il sentimento patrio possa andare bene come sentimento mediano, un sentimento che ci deve cioè aiutare, che è forse anzi necessario, a sentirci uomini e fratelli tutti; che dev'essere affrontato e superato nel nome di una più comune Patria Universale, che so perfettamente essere ad oggi lungi dal venire, dal realizzarsi. Una Patria in cui non conta essere nati qui o lì, una Patria dove conta solo indignrsi per le sofferenze altrui. Una Patria che non conosce le divisioni ma che conosce, e rispetta, le differenze, le differenze culturali.
Mi rendo conto che sembra lo scritto di un utopista, come si usano designare normalmente coloro che sperano nei cambiamenti; di un visionario; mi rendo conto che di questo sarò tacciato. Ma questo non è un argomento che si può risolvere così facilmente: è un argomento che al contrario richiede molte più considerazioni, che spero di proporre, esplicitamente o implicitamente, in futuro.
Spero solo, per ora, di aver lasciato un seme; fosse anche immaturo, che prima o poi germogli. L'idea del sentimento nazionalista e patriottico come un sentimento ambiguo, che può essere usato bene o male, e che nel caso sia usato bene deve aiutarci a superarlo, a superarlo per giungere ad un più alto e comune sentimento di fratellanza e di unità.
Per ora, non chiedo di più.    

1 commento:

  1. Ciao Alessandro.
    Mi sono permesso di citare questo articolo nel mio ultimo post.
    Mi piace molto l'idea di un nazionalismo di solidarietà. Probabilmente siamo lontani dalla sua realizzazione ma lavorare per raggiungere quel obiettivo è l'unico modo per cambiare le cose.
    Comunque sia ancora complimenti.
    Un saluto
    Alberto

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