lunedì 3 gennaio 2011

Riflessioni sulla guerra. Pròfasis o aitìa?

Qualche pensiero suscitato dalla notizia della morte in terra afghana del nostro ennesimo soldato, Matteo Miotto. Umanamente mi dispiace, senza ombra di dubbio. Pare che fosse molto sensibile alla condizione del popolo afghano e che credesse seriamente nella missione di pace cui era convinto di dare il suo onesto contributo. Credo francamente che vi siano i soldati convinti di questo (soldati italiani, inglesi, americani...) e non ho motivo per dubitare che anche Miotto fosse tra questi. Ci sarà chi va in Oriente per i soldi, ma ci sarà anche chi ci va per convinzione. E anche chi ci va per il denaro: come biasimare chi lo fa per evitare la disoccupazione? Come invece non contestare chi lo fa - ci sarà pure! - per un guadagno "semplice", che poi tanto semplice non è? Come si vede molte sono le motivazioni che possono spingere un uomo alla guerra e, giuste o sbagliate che possano sembrare, riguardano l'individualità di ciascuno.
Ciò che mi pare invece assolutamente incondivisibile è il motivo per cui gli Stati occidentali stiano prolungando oltre misura una guerra che a suo tempo si poteva anche fare a meno di condurre. E non lo dico per compiacente e modaiolo pacifismo (benchè possa dirmi certamente ostile ad ogni guerra, che è sempre dramma anche quando ha il sapore amaro dell'ultima spiaggia), ma perchè non credo che questo sia un conflitto condotto "in nome della pace e della democrazia" come spesso si sente dire, quanto piuttosto un conflitto necessario all'economia di stati che hanno proprio nel settore bellico una delle voci più ingenti dei propri bilanci. Basta un semplice ragionamento: se un governo decide di spendere per gli armamenti molto più di quanto spenda per altri settori quali l'istruzione (credo che questo avvenga di certo per l'Italia), va da sè che ogni conflitto è un'occasione propizia per utilizzare gli armamenti stessi e per sottoporli ad un continuo ricambio che ne renda necessaria l'ulteriore produzione. Da qui la continua necessità di conflitti armati lontani dalla pacifica oasi occidentale (America del Nord e Europa dell'Ovest) "in difesa - come si diceva - della democrazia". Della democrazia o dei bilanci dei produttori di armi? Al lettore l'ardua scelta.
Mi risulta che anche la Cina, la Repubblica popolare cinese, non sia esattamente un campione di democrazia, ma non ho mai visto nessuno pensare di muovere guerra contro la seconda (prima?) potenza capitalista del mondo, probabilmente molto più potente dal punto di vista bellico dei terroristi che nel 2001 con il vile attacco alle Torri Gemelle porsero la miccia della guerra all'allora presidente americano George W. Bush, che dal canto suo la accese prontamente.
Molto abilmente Polibio, il celebre storico greco del III secolo a.C., distingueva nelle sue Storie tra pròfasis e aitìa, ovvero tra "pretesto" e "causa reale". Bene; molto semplicemente a me sembra che la difesa della democrazia possa, in una qualche misura, essere derubricata sotto il primo sostantivo, il mantenimento economico di un settore economico assai prolifico, quello appunto degli armamenti, sotto il secondo. Non perchè un'eventuale minaccia politica organizzata di matrice fondamentalista non sia temibile, ma perchè per il momento questa non è effettivamente presente, se non a livello, credo, embrionale e criminale.
Il terrorismo islamico, come ogni tipo di terrorismo, deve essere controllato e battuto, anche in virtù della stessa grande maggioranza islamica, che terrorista certo non è. Per battere le cellule criminali terroristiche islamiche sarebbero serviti attacchi mirati e, soprattutto, l'isolamento delle stesse dal resto della popolazione afghana o iraquena. E questo isolamento si sarebbe senz'altro avuto attraverso una vera politica di assistenza programmata e mirata, di aiuto economico alle popolazioni e attraverso la creazione di un governo forte e competitivo, quale non mi pare essere quello, in Afghanistan, di Karzai. Bombardando indiscriminatamente, costringendo la gioventù all'emigrazione (spesso clandestina) si crea presso la popolazione locale un sentimento di resistenza e di ostilità che va necessariamente a ingrossare le file del terrorismo islamico, facendone evidentemente il gioco; perchè per resistere alle armi ci vogliono - è elementare - le armi, che sono in mano ai talebani.
Si crea quindi un circolo vizioso a cui probabilmente non si intende porre fine, e di cui fa le spese, in termini drammatici di vite, chi in quella guerra si ritrova perchè ci è nato e cresciuto e chi, come Miotto, ci entra nel tentativo, impossibile, di porvi fine.
  

1 commento:

  1. Ciao Alessandro, per prima cosa Buon 2011.
    Ho visto che hai dedicato un post all'Afghanistan. Credo sia difficile non condividere le tue parole.
    Sicuramente hai affrontato un argomento molto delicato ma devo dire con una grande sensibilità.
    Credo che nella guerra in Afghanistan(che dura ormai da 10 anni) si intreccino diverse storie e tematiche molto complesse. Come quella di Matteo Miotto e quella dei profughi afghani che vivono nelle baraccopoli intorno alla stazione di Roma.
    Afghanistan e Iraq insieme alla terra d'Africa sono oggi il terreno di conquista di potenze in declino e di nuovi paesi emergenti.
    Oltre a questo penso che il tema dell'industria bellica da te sollevato sia uno degli elementi chiave, per cercare di comprendere gli eventi contemporanei, o comunque un punto di vista diverso e più veritiero rispetto alle moderne forme di propaganda.

    Come sempre lo stile mi sembra impeccabile, complimenti!

    Come ti accennavo anche io ho iniziato a dedicare un po di tempo ad un mio blog. Non è niente di speciale, diciamo che lo utilizzo come plaestra per imparare ad analizzare temi e argomeni e sopratutto per migliorare la mia scrittura. Se ti va l'indiirzzo è questo: http://vitamediata.blogspot.com/
    Proprio oggi ho dedicato un post a Miotto

    Un saluto
    Alberto

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