mercoledì 30 marzo 2011

Kapuscinski mi ha salvato.

Ho sbagliato. Forse ho sbagliato. Ho sbagliato a pensare che potessi permettermi di parlare di un posto che non conoscevo e che non conosco solo raccogliendo informazioni da altri.
Il posto era il Sudan. Avevo pensato, e l'avevo pure annunciato, di pubblicare su questo mio blog un articolo sul Sudan, che analizzasse la politica del Sudan, le difficoltà del Sudan, il momento storico del Sudan.
Ho iniziato convinto di poterlo fare, e per un po' l'ho pure fatto: nomi di regioni, di movimenti ribelli, di capi di stato, saltavano fuori e prendevano per me un senso. Stavo facendo del giornalismo.
Poi mi è capitato in mano il libro di un polacco. Era un reporter, un reporter polacco: si chiamava Kapuscinski. Si chiamava perchè è morto. Lui che ha girato l'Africa, l'America latina, che ha rischiato la vita dovunque, nei paesi più poveri del mondo, che ha visto e descritto decine di conflitti - di conflitti di poveri, avrebbe detto lui - è morto in seguito ad un intervento chirurgico.
Racconta Kapuscinski che in Iran - è stato anche lì - non aveva modo di capire cosa si dicesse la gente o cosa dicessero i mezzi di informazione perchè non capiva la lingua. Aveva però notato che ogni volta che vi era qualche agitazione il proprietario di un negozietto che lui poteva vedere dalla camera del suo albergo non esponeva la merce (tappeti, se non ricordo male). Da lì lui aveva capito che quell'uomo poteva inconsapevolmente avvertirlo di ciò che da lì a poco sarebbe successo.
L'uomo. E io, davanti al mio computer, davanti alla rete globale, cosa sapevo dell'uomo, dell'uomo sudanese?
Che negozietto aveva l'uomo sudanese che mi avvertiva di ciò che io non potevo sapere, non potevo venire a sapere? Ce l'aveva un negozietto?
A quel punto mi resi conto che io del Sudan non sapevo niente, e che per me il Sudan era un nome su una carta geografica, il titolo di un film di cui conoscevo a mala pena gli attori principali per aver visto il trailer. No, io del Sudan, dei Sudanesi, dopo i molti articoli letti, non sapevo nulla; nemmeno me lo immaginavo io cos'era il Sudan. Da arrogante, o forse più semplicemente da ingenuo, avevo pensato di capire il Sudan attraverso la rete, attraverso la tecnologia. Da occidentale, forse.
Kapuscinski mi ha salvato da questo, e io lo ringrazio.
Ma, dannazione, improvvisamente ora tutto è più difficile...

A Ryszard Kapuscinski (1932 - 2007), di cui consiglio la lettura di questi tre libri:

R. Kapuscinski, La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva Editori,  Milano, 1990.

R. Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, Milano, 2006.

R. Kapuscinski, L'altro, Feltrinelli, Milano, 2007.

domenica 20 febbraio 2011

Un altro articolo di Wallerstein.

In attesa di un articolo che sto preparando e spero, dopo tanto, di pubblicare a breve (posso già anticipare che riguarderà una delle zone calde del Continente Nero), ecco un altro scritto di Immanuel Wallerstein che mi sembra molto interessante e cui quindi rimando.
Abbiate ancora un attimo di pazienza.
Alla prossima.

Immanuel Wallerstein, "A Dakar, mentre cadeva Mubarak".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/02/articolo/4193/

giovedì 20 gennaio 2011

Articolo di Immanuel Wallerstein.

Ancora una volta senza avere il tempo di commentarlo, propongo al lettore questo bell'articolo di Immanuel Wallerstein dalle pagine del "Manifesto".
Mi rendo conto che tutti gli articoli citati fino ad adesso li ho presi dal "Manifesto", e giusta, giustissima, non può che essere l'obiezione di chi mi dirà che non si può credere di fare informazione, dell'informazione corretta, solo citando giornali ai quali si è ideologicamente vicini; bisogna anche vedere cosa dicono gli altri, confrontrare e trarre le somme.
Giustissimo.
A mia difesa dirò solo che, me ne spiace, ma in questo periodo è già molto se riesco di tanto in tanto a dare un'occhiata ad un giornale nel quale mi riconosco.
Rimedierò, lo prometto, non appena il tempo me lo consentirà.
Intanto ecco il link:
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/4025/

sabato 8 gennaio 2011

Due articoli di Giuliano Battiston.

Sottopongo all'attenzione del volenteroso lettore due articoli, entrambi a firma di Giuliano Battiston. Spero di trovare il tempo di commentarli.

1. Giuliano Battiston, "La guerra quotidiana sulla strada per Kabul".
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/01/articolo/3959/

2. Giuliano Battiston, "Dissidente per principio".
http://blog.altriarabi.it/2009/05/17/dissidente-per-principio/

Buona lettura.

giovedì 6 gennaio 2011

Sul sentimento nazionalistico.

Vorrei realizzare adesso una piccola idea che da tempo mi vaga per la testa: quella di scrivere qualche riga a proposito del nazionalismo e del patriottismo. Dopo tutto è appena iniziato l'anno in cui il Bel Paese ricorderà le 150 primavere della sua unità. Come al solito mi baso su idee personali e non su studi specifici che, sebbene d'uopo, uno studente universitario che voglia acculturarsi non ha certo il tempo di intraprendere. So comunque che è un tema su cui molto è stato scritto e su cui altrettanto sarebbe opportuno leggere.
Mi pare che la vita di tutti i giorni, i commenti e i pensieri che sui fatti quotidiani sentiamo esprimere all'uomo della strada ci indichino due sensi di nazionalismo e di patriottismo. Un senso che definirei di difesa e un senso di offesa (o, se preferiamo per non creare ambiguità, di attacco).
Il patriottismo o nazionalismo di difesa mi sembra di poterlo individuare in quel moto di sdegno che coglie ognuno di noi nel momento in cui la sua terra natia, le sue origini, vengono tirate in ballo con evidente senso offensivo. Se io sentissi dire che gli Italiani, ad esempio, sono tutti sporchi o sono tutti mafiosi, avrei a risintermene, e credo a ragione. Il mio pensiero sarebbe: "Io sono Italiano e non tutti noi Italiani siamo così".
E' un nazionalismo positivo? Senza dubbio, perchè permette a più persone di sentirsi uniti sotto la comune bandiera della propria nazionalità: crea un collante.
Al contrario, il patriottismo o nazionalismo che ho chiamato di attacco: tiro in ballo la mia nazionalità per evidenziarne una presunta superiorità o offendo qualcun altro per la sua nazionalità (e la persona reagirà interpretando il suddetto nazionalismo di difesa). Espressioni anche comuni, comunissime, possono essere considerati addirittura degli stereotipi di nazionalismo d'attacco: "marocchino" per "venditore ambulante" quando non per "africano" in generale, "cinese" per "venditore di articoli da quattro soldi". Ho sentito addirittura con le mie orecchie, ma non so quanto sia poi effettivamente diffuso, "colombiana" (ovviamente solo al femminile, ma questa è un'altra questione) per "prostituta".
E' un nazionalismo positivo? Certamente no, perchè porta inevitabilmente a odio e divisione tra le genti.
Pensiamo ora al concetto di Patria, pensiamolo nel nostro caso italiano. Per Italia si intendono tutte le regioni che riempiono quella lingua di terra che si pronuncia al di sotto delle Alpi all'interno del Mediterraneo più una serie di isole limitrofe, le più grandi delle quali sono la Sicilia e la Sardegna.
Chiunque è nato all'interno di questo territorio ha il diritto di chiamarsi italiano. Chiunque? No. Almeno non secondo la versione dell'uomo della strada. Il bambino Rom (quante volte ho sentito, a propsito, usare come perfetti sinonimi Rom e Romeno!) che nasce a Roma piuttosto che a Napoli o a Torino rimane un Rom senza nazionalità, e così il figlio del "marocchino", specie se figlio di immigrati clandestini, rimarrà un "marocchino". C'è chi dà del "marocchino" anche all'ex calciatore nero dell'Inter Mario Balotelli, nonostante la carta d'identità dica che sia nato a Palermo, se non erro, e gli amici raccontino che sia cresciuto a Brescia.
Ci potrebbero essere molti altri modi di definire gli appartenenti ad una nazione, modi che vanno al di là dell'ubicazione geografica del luogo di nascita e che chiamano in ballo valori quali la religione, la storia, la cultura in senso lato. Ma dubito che l'uomo della strada la pensi così e tralascio quindi di imboccare questa via.
Ciò su cui piuttosto vorrei fermarmi a riflettere è il senso di sentirsi appartenenti ad una patria, qualsiasi essa sia, il senso del senso nazionalistico.
La storia gronda del sangue di chi è morto per la propria Patria, e il Risorgimento italiano (almeno nella sua lettura tradizionalmente più accreditata) è esempio sufficiente a fugare ogni dubbio in merito.
Ma ha senso morire, sacrificarsi per una Patria? Ha senso morire e sacrificarsi per l'Italia, per una lingua di terra? O non ha piuttosto senso morire e sacrificarsi per gli Italiani, per questi milioni di persone? E se ha senso sacrificarsi e morire per gli Italiani, io, da Italiano, non sono ugualmente chiamato a soffrire, morire, o comunque lottare per il Francese, per l'Inglese, il Romeno, il Greco, l'Americano del Nord così come del Sud, il Cinese, il Giapponese, il Thailandese, l'Egiziano, il Marocchino, il Sudanese, l'Australiano, il Neozelandese?
E questo non porta forse alla caduta stessa del nazionalismo, che diventa una costruzione solo teorica e tutta artificiale (pur tenendo presente le evidenti distinzioni culturali tra popoli, che nessuno intende qui negare)? Se io, Italiano, soffrissi o morissi per un Greco, e lui per me, avrebbe ancora senso distinguerci tra Italiani e Greci?
Che senso ha poi dunque, in tutta evidenza e franchezza, dichiararsi pronto a lottare per la propria Patria, quando la stessa la si usa impunemente come saliva da sputare in faccia ad altri ritenuti nazionalmente inferiori? Quando la si degrada addobbandola di aggettivi e di sostantivi che si reputano utilizzabili solo per lei ma non degni di qualsiasi altra Patria?
E' questo sano nazionalismo? No.
Mi sentirei orgoglioso di essere Italiano solo se io, da Italiano, fossi disposto a lottare per i diritti di un Francese, di un Russo, di un Brasiliano, di un Afghano, di un Congolese.
Mi sento orgoglioso di essere Italiano quando sento che un italiano si indigna per qualcosa che ha offeso un uomo o una donna di altra nazionalità.
Non mi sento orgoglioso, non mi sento affatto, di essere Italiano, quando sento che a Roma i rifugiati politici somali sono lasciati nella sporcizia e in quella struttura fatiscente che è ormai la loro ambasciata passano i giorni in compagnia dei topi (ne ha parlato Giuliana Sgrena sul "Manifesto" qualche giorno fa: http://blog.ilmanifesto.it/islamismo/2011/01/04/il-dramma-dei-profughi-somali/).
Finissi qui di scrivere mi si potrebbe accusare di parole vuote. Vorrei perciò rispondere ad un'ultima domanda: che farsene del proprio nazionalismo, del proprio sentimento patrio cui ciascuno di noi è stato con più o meno efficacia educato?
Usarlo nel modo corretto. Credo che il sentimento patrio possa andare bene come sentimento mediano, un sentimento che ci deve cioè aiutare, che è forse anzi necessario, a sentirci uomini e fratelli tutti; che dev'essere affrontato e superato nel nome di una più comune Patria Universale, che so perfettamente essere ad oggi lungi dal venire, dal realizzarsi. Una Patria in cui non conta essere nati qui o lì, una Patria dove conta solo indignrsi per le sofferenze altrui. Una Patria che non conosce le divisioni ma che conosce, e rispetta, le differenze, le differenze culturali.
Mi rendo conto che sembra lo scritto di un utopista, come si usano designare normalmente coloro che sperano nei cambiamenti; di un visionario; mi rendo conto che di questo sarò tacciato. Ma questo non è un argomento che si può risolvere così facilmente: è un argomento che al contrario richiede molte più considerazioni, che spero di proporre, esplicitamente o implicitamente, in futuro.
Spero solo, per ora, di aver lasciato un seme; fosse anche immaturo, che prima o poi germogli. L'idea del sentimento nazionalista e patriottico come un sentimento ambiguo, che può essere usato bene o male, e che nel caso sia usato bene deve aiutarci a superarlo, a superarlo per giungere ad un più alto e comune sentimento di fratellanza e di unità.
Per ora, non chiedo di più.    

lunedì 3 gennaio 2011

Riflessioni sulla guerra. Pròfasis o aitìa?

Qualche pensiero suscitato dalla notizia della morte in terra afghana del nostro ennesimo soldato, Matteo Miotto. Umanamente mi dispiace, senza ombra di dubbio. Pare che fosse molto sensibile alla condizione del popolo afghano e che credesse seriamente nella missione di pace cui era convinto di dare il suo onesto contributo. Credo francamente che vi siano i soldati convinti di questo (soldati italiani, inglesi, americani...) e non ho motivo per dubitare che anche Miotto fosse tra questi. Ci sarà chi va in Oriente per i soldi, ma ci sarà anche chi ci va per convinzione. E anche chi ci va per il denaro: come biasimare chi lo fa per evitare la disoccupazione? Come invece non contestare chi lo fa - ci sarà pure! - per un guadagno "semplice", che poi tanto semplice non è? Come si vede molte sono le motivazioni che possono spingere un uomo alla guerra e, giuste o sbagliate che possano sembrare, riguardano l'individualità di ciascuno.
Ciò che mi pare invece assolutamente incondivisibile è il motivo per cui gli Stati occidentali stiano prolungando oltre misura una guerra che a suo tempo si poteva anche fare a meno di condurre. E non lo dico per compiacente e modaiolo pacifismo (benchè possa dirmi certamente ostile ad ogni guerra, che è sempre dramma anche quando ha il sapore amaro dell'ultima spiaggia), ma perchè non credo che questo sia un conflitto condotto "in nome della pace e della democrazia" come spesso si sente dire, quanto piuttosto un conflitto necessario all'economia di stati che hanno proprio nel settore bellico una delle voci più ingenti dei propri bilanci. Basta un semplice ragionamento: se un governo decide di spendere per gli armamenti molto più di quanto spenda per altri settori quali l'istruzione (credo che questo avvenga di certo per l'Italia), va da sè che ogni conflitto è un'occasione propizia per utilizzare gli armamenti stessi e per sottoporli ad un continuo ricambio che ne renda necessaria l'ulteriore produzione. Da qui la continua necessità di conflitti armati lontani dalla pacifica oasi occidentale (America del Nord e Europa dell'Ovest) "in difesa - come si diceva - della democrazia". Della democrazia o dei bilanci dei produttori di armi? Al lettore l'ardua scelta.
Mi risulta che anche la Cina, la Repubblica popolare cinese, non sia esattamente un campione di democrazia, ma non ho mai visto nessuno pensare di muovere guerra contro la seconda (prima?) potenza capitalista del mondo, probabilmente molto più potente dal punto di vista bellico dei terroristi che nel 2001 con il vile attacco alle Torri Gemelle porsero la miccia della guerra all'allora presidente americano George W. Bush, che dal canto suo la accese prontamente.
Molto abilmente Polibio, il celebre storico greco del III secolo a.C., distingueva nelle sue Storie tra pròfasis e aitìa, ovvero tra "pretesto" e "causa reale". Bene; molto semplicemente a me sembra che la difesa della democrazia possa, in una qualche misura, essere derubricata sotto il primo sostantivo, il mantenimento economico di un settore economico assai prolifico, quello appunto degli armamenti, sotto il secondo. Non perchè un'eventuale minaccia politica organizzata di matrice fondamentalista non sia temibile, ma perchè per il momento questa non è effettivamente presente, se non a livello, credo, embrionale e criminale.
Il terrorismo islamico, come ogni tipo di terrorismo, deve essere controllato e battuto, anche in virtù della stessa grande maggioranza islamica, che terrorista certo non è. Per battere le cellule criminali terroristiche islamiche sarebbero serviti attacchi mirati e, soprattutto, l'isolamento delle stesse dal resto della popolazione afghana o iraquena. E questo isolamento si sarebbe senz'altro avuto attraverso una vera politica di assistenza programmata e mirata, di aiuto economico alle popolazioni e attraverso la creazione di un governo forte e competitivo, quale non mi pare essere quello, in Afghanistan, di Karzai. Bombardando indiscriminatamente, costringendo la gioventù all'emigrazione (spesso clandestina) si crea presso la popolazione locale un sentimento di resistenza e di ostilità che va necessariamente a ingrossare le file del terrorismo islamico, facendone evidentemente il gioco; perchè per resistere alle armi ci vogliono - è elementare - le armi, che sono in mano ai talebani.
Si crea quindi un circolo vizioso a cui probabilmente non si intende porre fine, e di cui fa le spese, in termini drammatici di vite, chi in quella guerra si ritrova perchè ci è nato e cresciuto e chi, come Miotto, ci entra nel tentativo, impossibile, di porvi fine.
  

martedì 14 dicembre 2010

Il berlusconismo strutturale della Seconda Repubblica.

La fiducia è stata oggi data, dopo tanto brusio, al governo Berlusconi: che sembrava lì lì per cadere, che sembrava a tutti i suoi detrattori ormai spacciato, e invece è ancora lì. Come volevasi dimostrare.
Non voglio entrare al momento nel merito della questione della durata di un governo che comunque mi sembra ormai ben poco credibile, ammesso che la mancanza di credibilità possa effettivamente minarne le basi; il punto di questo mio intervento sarà un altro.
Mi sembra che la giornata di oggi possa dirsi emblematica della situazione politico-culturale dell'Italia di oggi, della situazione nella quale essa si ritrovi dopo più di dieci anni, una quindicina, di berlusconismo.
Guardando di sfuggita, nel pomeriggio, i servizi di un telegiornale del tutto filoberlusconiano come il Tg5, si è vista una piazza blindata (quella dov'erano riuniti i rappresentanti politici a discutere la concessione della fiducia) e, al di là delle camionette della polizia e degli agenti in tenuta antisommossa, una folla di manifestanti più o meno eterogenea (da Rifondazione comunista ai ragazzi dei centri sociali a semplici studenti universitari al cosiddetto "popolo viola") che contestava il governo auspicandone ovviamente la caduta. Tra tutti costoro una minoranza ha creato dei disordini e su questa minoranza si è concentrata la cronaca del Tg Mediaset, che ha deciso per lo più di sorvolare sui motivi della contestazione: evidentemente non risultavano propizi a creare nel telespettatore quel sentimento di indignazione e disapprovazione verso i manifestanti stessi.
Sarebbe appunto un errore, a mio avviso, pensare che l'Italia sia quella scesa in piazza oggi pomeriggio, ed è un errore che purtroppo vedo ripetersi puntualmente nei giornali più o meno orientati a sinistra, sicuramente nel comunista "Il Manifesto", ogni qual volta la gente scende in piazza.
Indicare questi manifestanti come "l'Italia", o magari "l'Italia vera" è un semplice e magari ingenuo, sincero persino, artificio retorico utile a confortare chi la pensa come i manifestanti, ma improbabilmente veritiero alla conta dei fatti.
Il problema dell'Italia di oggi è che questa non è "l'Italia", o "l'Italia vera", ma una parte, non so nemmeno quanto vasta (poco, temo) dell'Italia contemporanea.
Vogliamo chiamarla l'Italia sana, l'Italia che ancora reagisce, l'Italia che ancora vive? Sicuramente: chiamiamola pure così.
Ma l'onesto pensatore non può fare a meno di notare un'Italia meno visibile, ma più grande e altrettanto drammaticamente vera, che non necessariamente ritiene Berlusconi un grande uomo politico, o l'uomo della salvezza, della rinascita del Paese, ma semplicemente un politico come tanti altri che però ha il merito di riuscire a tenere le redini di un partito e di far credere che lui sia l'uomo della provvidenza.
Questa Italia è l'Italia che non vuole nuove elezioni perchè "costano, in un momento di crisi come questo, e quindi si continui pure così".
Questa Italia è l'Italia che va a sbandierare in giro che "tanto uno vale l'altro, quindi si continui pure così".
Questa Italia è l'Italia che si diverte con Grillo a svuotare le impurità del suo stomaco mandando a 'fanculo questo o quel politico, e poi finito tutto si tira lo sciacquone del water.
Peccato che rimanga tutto così.
Questa è l'Italia a cui, in definitiva, è stato insegnato, nelle più varie forme, il distacco dalla politica. E' l'Italia serva e burocratica, che nonostante lamentele di facciata, rimane per paura del cambiamento attaccata a questa politica come un pesce spazzino al corpo di uno squalo.
Aveva ragione Max Weber quando vedeva nella burocrazia il male del secolo che allora lui vedeva sorgere, il '900.
Il problema dell'Italia di oggi non è Berlusconi. Il problema dell'Italia di oggi è il berlusconismo!
Berlusconi, inutile negarlo, ha cambiato in quindici anni il modo di fare politica dentro il "palazzo" (questo termine che ultimamente va tanto di moda anche all'interno dello stesso Pdl), ma anche i rapporti tra il "palazzo" centro del potere e la folla che abita le casupole di paglia nel suo circondario.
Certo, Berlusconi non nasce dal niente, come qualunque personaggio storico.
E' stato aiutato in questo, credo, da una serie di contingenze: la fine della Prima Repubblica e dei partiti di massa, la caduta del muro di Berlino, il craxismo.
I primi due ci hanno fatto credere alla morte delle ideologie, in particolare di quella sociale: il comunismo. L'Urss che si sgretolava (mediaticamente parlando) sotto i picconi dei berlinesi; i partiti storici nati dalla Resistenza (quindi da un'azione collettiva) che si riducevano a poca cosa e in pratica sparivano dalla circolazione (non del tutto, ma i loro risultati elettorali erano certo incomparabili con quelli di un tempo).
"Basta con le ideologie!" ci veniva detto: da ora solo individualità. E scendeva in campo quella che sarebbe diventata l'Individualità per eccellenza, Silvio Berlusconi, allora con Forza Italia, ora con un partito molto più grande: il Pdl.
Il craxismo ha indicato a Berlusconi quale sarebbe stato il futuro della politica: quello dei partiti intesi come macchine burocratiche per conquistare voti, giganteschi carri armati che tutto travolgono in nome dei voti, svuotati da ogni ideologia inutile e identificabili solo con il loro conducente. Craxi per il Psi, all'epoca, Berlusconi per il Pdl, oggi.
Nell'89 avremmo dovuto tenere le ideologie e rigettare la burocrazia: viene da pensare che sia stato fatto il contrario.
Lo stesso Cicchitto oggi ha detto che un governo di centrodestra non presieduto da Silvio Berlusconi sarebbe semplicemente impensabile, e persino i finiani hanno pensato con grande originalità ad un Berlusconi bis. L'alternativa per il centrodestra di oggi a Berlusconi, insomma, altri non è che Berlusconi.
All'interno del "palazzo", dunque, il rapporto non è più quello di un confronto democratico delle parti sintetizzato da un portavoce (il segretario del partito, tutt'altro che assente ai tempi della Prima Repubblica), ma quello di un cortigiano con il proprio sovrano, al quale è affidata la direzione del regno, semmai con l'utilizzo di qualche consigliere (Tremonti può andar bene nel ruolo).
Ogni tanto ci si affaccia dal balcone del "palazzo" e si parla ai sudditi per convincerli che tutto va bene (era il Marchese del Grillo del mai abbastanza compianto Monicelli che gettava monete dal balcone di casa e citava Gioacchino Belli, se non ricordo male...). I sudditi si devono però prendere di pancia e di cuore, non di mente, perchè tanto c'è poco per far leva sulla mente. La maggior parte dei servizi dei telegiornali berlusconiani e dei programmi Mediaset (ma anche Rai) a questo dunque sono disposti: a preparare il terreno del sentimento irrazionale, della non ideologia, del candore politico.
"Questi facinorosi, invece di studiare guarda cosa fanno...!" avranno detto anche oggi l'impiegatuzzo o la casalinga seduti sul divano.
Qualche suddito "deviato" brontolerà e seguirà del tutto innocentemente l'agitatore di piazza di turno, Grillo o qualunque esso sia, ma poco importa: una valvola di sfogo fa sempre bene... Innocente come questa, poi!
E gli altri partiti antiberlusconiani? Siamo sicuri che siano immuni da questi aspetti del berlusconismo? Non credo. Il berlusconismo si è rivelato una malattia contagiosa. Questi partiti berlusconianamente antiberlusconiani sono la prova di quanto il germe stia covando in profondità. Sono tutti svuotati dalle ideologie, sono tutti alla caccia disperata di un leader.
L'Idv di Di Pietro, forse più di tutti. Come Berlusconi non fa parte del Pdl, ma è il Pdl, così Di Pietro non fa parte dell'Idv, ma è l'Idv.
Analogo discorso valga per l'Udc di Casini.
Il Pd ha il problema di essere il meno eterogeneo dei partiti e di non trovare un leader capace di riunirlo: non ne è stato capace prima Veltroni, non ci è riuscito poi Franceschini, non mi pare stia avendo fortuna ora Bersani. Ma già il fatto che sia alla disperata ricerca di un leader per non disgregarsi ne denuncia in pieno la berlusconianità strutturale.
La Lega Nord (berlusconiana, poi antiberlusconiana, ora di nuovo berlusconiana) è un caso a parte. Ho sempre pensato che nell'inevitabile terremoto politico postberlusconiano la Lega sarà l'unico partito a sopravvivere immutato. La Lega ha un leader carismatico (nel senso weberiano) che è Umberto Bossi e una mente di fatto che, soprattutto da qualche anno a questa parte, è Roberto Maroni. Chi vota Lega però non vota solo Bossi o Maroni, vota una - aberrante, stolta - ideologia: il leghismo.
La Lega ha appreso dal Pci e dalle riunioni del Pci come si tiene insieme un partito di massa.
L'anniversario di Pontida non è solo una ridicola e farsesca messa in scena, è di più: è un battesimo fatto con le acque pure della sorgente del Po. Sociologicamente non è una cosa di poco conto: si diventa veri leghisti dopo il battesimo di Pontida, stando lì con la camicia verde nella folla esultante, e non semplicemente votando Lega Nord in cabina elettorale; così come si diventa cristiani col battesimo e non semplicemente andando a Messa la domenica. La Lega dunque è qualcosa di più di un partito e non può dirsi strutturalmente berlusconiana, anche se appoggia Berlusconi per questioni, credo, di opportunità politica.
Questo è il berlusconismo strutturale della politica italiana della Seconda Repubblica.
Questo è quello che oggi non poteva cadere e non è caduto, al di là della fiducia.